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venerdì, giugno 16, 2017

Piazza Antonietti

Mi pare giusto e doveroso dedicare un post a quest'avvenimento che ha un valore particolare per noi che molto, se non tutto, dobbiamo a questo grande Maestro che ha speso la sua vita nel nome dell'Arte del Canto, le cui scoperte ci hanno illuminato la strada. Il 24 giugno a Sestri Levante (GE), ore 18, intitolazione ufficiale. Grazie M°, e ciao.

martedì, giugno 13, 2017

La parola leggera

E' giusto o verosimile quanto alcuni credono, e cioè che una accentuazione considerevole della pronuncia possa portare a uno schiacciamento in avanti della voce. Per questo ci sono insegnanti che, pur ritenendo valida la strada della parola, mettono in guardia dall'esagerare e rendere eccessivamente nitida la pronuncia. Però non hanno ragione, il loro punto di vista è parziale e l'analisi del fenomeno è superficiale e quindi errate le conclusioni. Occorre analizzare il fenomeno per chiarire dove sta l'errore. Ripartiamo sostanzialmente da capo; come dico da sempre, noi abbiamo un parlato che è da considerare perfetto se relativo al contesto per cui viene utilizzato, cioè la vita di relazione. Per la nostra vita è sufficiente; se necessita un parlato più preciso ed espressivo occorre uno studio; se occorre un parlato molto più importante, cioè oltreché espressivo anche molto sonoro e ricco di colori, caratteri, sfumature, occorre molto studio e già diventa una prerogativa più limitata. Quando si fa il passo successivo, cioè il canto, la barriera si alza ulteriormente, e di parecchio, specie se intendiamo un canto classico, operistico o concertistico. Questo perché nell'intonazione e soprattutto se in una condizione ambientale impegnativa, perdiamo completamente il rapporto con il parlato e ci mettiamo a urlare, cioè a spingere, pensando che quello sia il canto. Poi ci si mettono le scuole di canto (?) che divulgano l'idea che il canto non c'entri niente col parlato e si conquisti solo con vocalizzi ed esercizi muscolari,  quando addirittura non ne indichino un potenziale pericolo, allontanandosi vieppiù dalla comprensibilità del testo,. E' invece esattamente l'opposto. La parola è il segno distintivo dell'elevatezza conoscitiva dell'uomo, e mitigarla non fa altro che denunciare la pochezza, l'ignoranza e il modesto livello conoscitivo di chi divulga simili ipotesi. Però c'è un però! Come s'è detto, se io perdo il contatto con la "leggerezza" della parola e inizio a premerla e schiacciarla in avanti, ne distruggo o limito fortemente la carica vera e sincera che la collega con la coscienza. Dunque esiste la condizione per cui la parola si può intonare su tutta la gamma propria di un soggetto, si può intensificare, si può sviluppare in senso caratteriale, cromatico, dinamico, espressivo, ecc., il tutto nella LEGGEREZZA, cioè in totale assenza di spinta. Vi è una sola possibilità perché ciò sia fruibile, e cioè mantenere la stessa localizzazione del parlato consueto, cioè l'esterno. Qualunque e qualsivoglia ipotesi, metodologica, empirica, scientifica ecc., che porti la vocalità in una posizione interna, ucciderà istantaneamente questa possibilità e dunque la spinta diventerà necessaria per sopperire a quella mancanza di libertà, unica condizione affinché la voce parlata possa sprigionare tutta la sua potenzialità. Quindi, riassumendo: mantenere la parola nella sua posizione abituale, migliorare la pronuncia fino al suo massimo potere senza premere, senza gridare (quindi senza aumentare vistosamente l'intensità, altrimenti si sarà portati a spingere, quindi mantenersi su un piano/mezzoforte). Queste semplici istruzioni saranno già in grado di accrescere considerevolmente la qualità vocale e il suo spessore. Fare scioglilingua, pronunciare con attenzione e precisione parole complesse, accentare correttamente parole e frasi, pronunciare gli accenti giusti sulle E e sulle O, insomma rivolgersi a una corretta dizione, farà progredire non poco lo studio vocale.

sabato, giugno 10, 2017

Il ponte d'aria

Dato per assodato ... (occorre entrare nell'ordine di idee... ) che la voce non risponde a logiche meccaniche, ovverosia ancora, pur riconoscendo che come tutto il nostro corpo, affinché avvengano determinati procedimenti si verificano modificazioni muscolari, tendinee, cartilaginee, le quali peraltro non sono da attivare volontariamente in quanto la nostra mente è del tutto padrona dei sottili giochi di coordinamento tra organo uditivo, volontà e organi produttori (fiato compreso), le persone si chiedono come possono avvenire tutta una serie di adattamenti necessari alle esigenze canore e musicali, tipo agilità, intensificazioni, cambi di vocali o sillabe, ecc. se non facendo muovere qualcosa. Nella nostra mente razionale e istintiva, che basa il proprio funzionamento rapportandosi a un corpo fisico e dal funzionamento fisiologico e quindi meccanico, l'idea di "lasciar scorrere" è poco comprensibile, così come l'idea che la voce possa diventare molto sonora senza necessità di spingere e premere, come avviene urlando. Tutto questo richiama un pensiero piuttosto antico, che prese il nome di "canto sul fiato", espressione tanto bella quanto poco utile nella pratica se non si comprende cosa significa. Tutti gli autori e gli insegnanti la citano e ne danno una propria spiegazione, ma ovviamente non esiste una spiegazione oggettiva che metta tutti d'accordo. Molti dicono che la voce sta "sul" fiato come se fosse separata dal fiato e galleggiasse come una barca (o premesse) su di esso. Da qui si può sviluppare un interrogativo: dove nasce la voce? Se la voce fosse un'entità materiale davvero separata dal fiato e su di esso poggiante, come molti vorrebbero, potrebbe aver senso farla nascere in un punto non troppo preciso ma comunque interno alla cavità orale. Poi spiegare tutta la formazione delle vocali, delle intensità, ecc., è un'impresa più che ardua. Ma questo è un percorso che non si può nemmeno iniziare a seguire, perché come si fa a concepire la voce come un'entità materiale che galleggia sul fiato? Non solo non risponde ad alcun requisito scientifico, ma è del tutto illogica e indimostrabile. Dunque occorre ripartire da capo con una risposta sensata. La voce E' FIATO, che un organo, le c.v., hanno trasformato, tutto o in parte, in suono. Dunque non esiste una separazione; esiste una soglia, che è la stessa rima glottica, o corde vocali, sotto la quale il fiato è un fluido gassoso fluido, sopra diventa una catena di addensamenti e rarefazioni (quindi una vibrazione) della stessa sostanza aeriforme, che noi percepiamo come suono. Quando noi produciamo suoni "anonimi", cioè senza richiedere una specifica qualità (ad esempio quando, talvolta, sbadigliamo), facciamo una emissione fluida che non si origina in un punto particolare, cioè è fiato sonoro. Anche quando parliamo scorrevolmente avviene lo stesso procedimento, che non richiede alcun pensiero (se non nel significato che vogliamo attribuire a ciò che diciamo), alcuna azione volontaria. Nel momento in cui, invece, intendiamo produrre con determinate caratteristiche, una vocale, la spontaneità scompare, e ci poniamo il "grande problema" di dove attaccare. 2^ questione: il suono è una vocale? Si dirà, giustamente, di no, che tutt'al più una vocale è un suono. Giusto, ma come si fa a differenziare un suono da una vocale? E qui entriamo in una materia più profonda. Se pensiamo che la vocale sia SOLO un suono con una forma particolare, siamo fuori strada. Se così fosse esisterebbero in commercio chissà quanti strumenti in grado di generare voce. Così non è, e il motivo è che per generare la voce occorre una CONOSCENZA, ma non una conoscenza qualunque: la più elevata, quella umana (che, comunque, non ci permette di creare un oggetto con le stessa caratteristiche, neanche vagamente). Essa è in grado di far compiere alla catena organica fiato-laringe-articolazione una serie di suoni di molto più elevata conoscenza, in grado, cioè, di essere recipiti e trasformati in messaggi estremamente complessi, che vanno dalle semplici comunicazioni agli affetti, alle verità, all'estetica, ecc., e quindi possono ambire al regno dell'arte. Quindi la voce è conoscenza, è solo grazie ad essa che noi possiamo superare la elementare rozzezza del suono (è lo stesso discorso che riguarda la musica, che non è suono, ma utilizza e umanizza i suoni per comunicare ad un livello che impropriamente possiamo definire trascendente). Detto ciò, e dato per assodato, a questo punto, che la voce è fiato conoscente, torniamo alla domanda: come si può cambiare uno o più parametri? La semplice risposta è: col fiato. Ma come si fa a cambiare qualcosa, cantando, mediante il fiato? Il problema è che difficilmente riusciamo a percepire il flusso aereo cantando, perché il suono ci appare di più come qualcosa di fisico, materiale ed ecco quindi le considerazioni sovraesposte. E' quindi necessario assumere una coscienza per poter operare dei cambiamenti, siano di note, siano di vocali o entrambe le cose. Siccome solo con un mutamento respiratorio noi possiamo ambire a cambiare nota e/o vocale in modo perfetto, abbiamo la necessità di comprendere questo procedimento. Tra una nota e l'altra e tra una vocale e l'altra ci sono un'infinità di sfumature; ognuna di queste sfumature richiederebbe un adattamento respiratorio infinitesimale. Questo attiene al cosiddetto "portamento", che è infatti un esercizio molto utile, ma richiede già una certa maturità o comunque un controllo molto attento da parte dell'insegnante.
Poniamoci ancora una domanda: nel momento in cui noi cantiamo una vocale, considerando che quando parliamo diciamo ogni cosa una sola volta (ì, è, e, da, ecc.) cosa succede quando cantiamo, cioè quando "allunghiamo" una vocale? In cosa consiste quell'allungamento? è una infinità di ripetizioni della vocale stessa, oppure no? Sappiamo bene tutti che non è così, perché la ripetizione la possiamo produrre volontariamente (il ribattuto o trillo "antico") e non è molto facile e comunque ben percepibile. Quindi la vocale viene detta una volta sola, all'attacco. Cosa succede subito dopo? In genere la persona preme, spinge per farla proseguire, come se un "pistone" la estrudesse. Questo è un errore piuttosto importante e comune. Quella pressione di fatto impedisce alla vocale di vivere liberamente, spandere nell'ambiente al meglio delle possibilità, correre, svilupparsi. Quindi, appena detta la vocale, occorre lasciarla libera, eliminando totalmente ogni residuo di pressione. Naturalmente subentrano subito domande, dubbi, timori: "ma se non premo il suono cade o cala", "se lascio andare non si sente più", ecc. ecc. In effetti all'inizio può essere così, perché non si riesce a distinguere l'espirazione sonora dalla pressione, ma piano piano, con la guida, ci si renderà finalmente conto che la spinta è solo un ingombro controproducente e che la voce vera non ha alcun bisogno di essa, e che si sviluppa pura e meravigliosa solo grazie all'espirazione, cioè al flusso aereo che scorre senza alcuna spinta. Quel flusso successivo alla determinazione della vocale (o sillaba), lo definisco "ponte di fiato", ponte in quanto unirà la prima vocale o sillaba alla successiva, ovvero una nota all'altra, nel più piacevole dei collegamenti aerei. Per la verità, poi, occorre dire che anche l'attacco non sarà più da considerare come qualcosa di duro, di impattante, ma nascerà già sullo stesso ponte (come esistesse già e noi ci inserissimo nel suo flusso), senza alcuna spinta e pressione, e questo sarà il vero e unico CANTO SUL FIATO. Tutte le altre sono chiacchiere.

sabato, giugno 03, 2017

Del grido

Cos'è il grido, cosa vuol dire gridare? Quando si canta, cosa significa accusare il cantante di gridare e non cantare? La risposta è semplice, ma necessita sempre di qualche approfondimento. Il grido è una emissione sonora che non raggiunge lo "status" di vocale. Potremmo dire un suono o rumore "bestiale", involuto, arcaico, ecc. Detto questo, però, non abbiamo spiegato del tutto la questione (chi legge abitualmente il blog penso lo abbia già intuito, o lo sa proprio). Il suono che si forma internamente non si può definire ancora un suono vocale canoro perfetto, anche in quelle persone che hanno voce bella facile spontanea. Perché si arrivi a quello stadio occorre che il fiato si trasformi (evolva) in alimentatore di suoni puri. Un processo lungo che richiede molta pazienza. Il problema più grave per chi vuol cantare si trova in zona acuta, che è la meno evoluta (il centro, essendo l'ambito della parola, lo è già in parte) e quella che richiede più impegno, sotto ogni punto di vista. Che cosa succede quando si cerca di fare un acuto? si grida, cioè invece di cercare di emettere con più persuasione possibile una vocale, si lancia un suono più o meno anonimo, che magari può anche assomigliare a una vocale o sillaba, ma non lo è per niente. Questa situazione è ancor più macroscopica quando si intende fare un vocalizzo legato verso l'acuto, perché nel legare purtroppo non si compie solo un procedimento musicale ma anche muscolare, quindi invece di pronunciare su ogni nota la vocale o sillaba, si "tira" la vocale, anche quando detta bene sulla prima nota, su tutte le altre, azionando una tensione di tutto l'apparato e provocando spoggio, che esalta proprio il carattere urlante dei suoni. Non per nulla l'agilità su acuti e sovracuti viene fatta perlopiù staccando i suoni e con la pronuncia di una vocale. La mancanza del legato fa sì che non si generi quella tensione. Poi sappiamo che la maggior parte dei soprani l'agilità la genera al fondo della gola (talvolta proprio sulla glottide), ma perlomeno riescono a farla "pulita", sufficientemente intonata, omogenea. Nel legato ciò avviene molto meno, anzi solitamente è "infestato" da giri gutturali e rumori fastidiosissimi. Devo dire, peraltro, di aver sentito anche pessime agilità, dove soprani indegni vorrebbero persino "gonfiare" i singoli suoni in gola, accentuando il rumore di ferraglia e producendo agilità sporchissime, stonate, instabili.

sabato, maggio 27, 2017

Della sonorità

Il problema che oggigiorno, ma ormai da molto tempo, si pongono tutti coloro che studiano canto è quello di avere una voce molto forte (perché, dicono, con le orchestre e i teatri odierni, superare la buca d'orchestra è arduo, come se i teatri e le orchestre fossero diverse da quelle di cento-centoventi anni fa, quando imperavano cantanti-parlanti). Questo induce, di conseguenza, gli insegnanti a passar sopra alle vere finalità del canto, cioè la musicalità, l'espressione, la recitazione, e a concentrarsi solo su tutte le modalità possibili e immaginabili per rendere la voce più forte possibile. Voce forte, poi, non significa voce sonora! Fino a una trentina di anni fa, ancora si parlava di "voce che corre", poi anche questa espressione è sparita. Affondo, maschera e corbellerie simili, buone solo a rendere il canto inintelligibile, artificioso, distante e faticoso, sono state tutte idee partorite da menti presuntuose (in quanto pensare di insegnare al nostro corpo come comportarsi in attività dove noi non abbiamo alcuna possibilità di sapere realmente come vanno le cose) per cercare di fare più rumore possibile. E di questo parliamo: rumore, più o meno piacevole, ma rumore. Ma lasciamo stare. Ora, tutti gli studenti di canto si preoccupano sempre di non essere sufficientemente udibili e di essere criticati per la voce "piccola". Dobbiamo dirlo: chi ha la voce piccola non può pensare di poter avere una voce grande (e chi ce l'ha grande ringrazi i suoi cromosomi), a qualunque metodo si rivolga. Diverso è il discorso sulla SONORITA' della voce. La voce che corre, che si espande, che occupa lo spazio, che è limpida e pura, si sente sempre, anche se piccola. E qual è la voce limpida e pura? E' la voce parlata elevata a canto. Punto. Non lo si accetta, e io non ci posso far niente. Se non si vince questo muro, che non è da addebitarsi all'istinto, ma all'EGO, si navigherà sempre nel mare dei difetti, perché fare la voce forte è collegato comunque allo SPINGERE. E spingere significa, alla fine, spoggiare. Allora si deve cantar piano? In un certo senso sì, cioè quel "piano" che è l'intensità normale della nostra voce parlata (alcuni l'avranno già spontaneamente forte, altri velata o leggera...). Parlare e subito dopo intonare con la stessa modalità, senza cercare niente, senza modificare alcunché, e passare da parlato a intonato con la stessa facilità e fluidità. Questa che sembra una sciocchezza, è la chiave di tutto il grande canto, e quelli che ci arrivano sono casi quasi unici nella Storia (oggi). Ogni cambio di vocale, ogni cambio di nota, ogni cambio di colore, di carattere, ecc., genera in tutti uno stimolo a una modificazione meccanica, cioè si pensa o si accetta supinamente che bisogna che qualcosa cambi a livello di lingua, di laringe, di velopendolo, di faringe, ecc., e al di là di ciò che succede naturalmente quando parliamo, si pensa supinamente che occorra aggiungere, ampliare e amplificare per poter cantare in grandi spazi. Non è così, non è per niente così! Noi dobbiamo mettere in campo le condizioni di stimolo affinché il fiato dia il meglio di sé diventando mantice del nostro strumento. Non quantitativamente ma qualitativamente. Senza alcuno sforzo, seguendo la giusta disciplina, la voce diventerà via via più sonora, e si canterà come parlando, con le stesse possibilità articolatorie ed espressive di un attore (bravo) ma con in più la possibilità di far ciò su tutta la gamma vocale. Allora la prima cosa per chi punta all'arte è ACCONTENTARSI (cioè mortificare l'ego) di cantar PIANO, cioè con la propria voce, non solo nel senso timbrico, ma acustico. Aguzzare l'udito, e rendersi conto che in questo modo in poco tempo la voce acquisterà tutti i pregi che le si richiedono. Tutti i metodi, che in qualche modo mettono in mezzo il fisico, uccidono il fiato, non lo lasciano sviluppare ed evolvere, e sarà un allungamento dei tempi e una esaltazione dei difetti. Poi a qualcuno i difetti piacciono, i rumori piacciono, per cui... come non detto! fate come più vi garba. Per i pochi che invece (magari anche perché delusi dopo aver speso cifre iperboliche da insegnanti celebri che non hanno saputo risolvere alcunché) nutrono qualche vago dubbio che in quanto dico ci possa essere del vero, provate a dire una frase che dovete cantare; ditela diverse volte, col giusto carattere e ben articolando, e cercate di avvicinarvi all'intensità necessaria per raggiungere grossomodo la nota iniziale, dopodiché provate a ridirla intonandola, senza abbandonare la stessa efficacia della frase parlata, ricordandosi che è il fiato che la deve creare. Cambia qualcosa?

domenica, maggio 21, 2017

Chi rimane indietro?

Con l'espressione "è rimasto indietro" si intende generalmente una sorta di involuzione rispetto a un livello raggiunto da altri. Nel caso del canto l'espressione si attaglia anche a una posizione reale, fisica. Da che mi interesso di canto (diversi decenni), indistintamente tutti al sentire un canto difettoso commentano: "ha i suoni indietro". Sarebbe interessante capire cosa intendono i tanti che concepiscono soltanto suoni interiori, cioè indietro, per quanto alti o bassi. Se "indietro" è indice di suoni non corretti, perché rifiutano di insegnare o di cantare fuori, cioè avanti? Perché pongono come limite dell'avanti la cosiddetta maschera, cioè le ossa facciali. Quindi secondo costoro l'avanti e l'indietro è questione di pochi centimetri. In realtà noi dobbiamo considerare indietro tutto il canto che non sboccia all'esterno, e per noi è più di un semplice avanzamento fisico, è un avanzamento evolutivo. Saper parlare con proprietà, con elevata alimentazione respiratoria e ancor più saper cantare, vocalizzare, in modo puro, genuino, vero e sincero, senza spinta e senza trattenimento, fuori dal corpo (ovviamente avanti la nostra bocca), significa aver percorso anche uno spazio temporale, essere andati in un nostro ideale futuro, di uomini più saggi, più raffinati. E in questo processo noi dobbiamo cercare di vedere noi e di vedere il nostro canto come staccato e indipendente dal nostro corpo (con cui mantiene una relazione), come un'entità che risponde alla nostra volontà. Se il canto inteso come parola elevata a canto perfettamente alimentata da un respiro che si è trasformato in alimentazione strumentale, chi è rimasto indietro? ovviamente il suono. Il suono è la radice archetipa, la componente arcaica e ancestrale, che continua a vivere nella "grotta" negli spazi interni e che non può farne a meno in quanto ancorato alle componenti fisico materiali che lo producono. La vocale è la parte depurata di questo suono che viene arricchita dalla saggezza e dalla coscienza artistica. Questo filtraggio ho idea che sia sempre più difficile da raggiungere perché la saggezza e l'ambizione all'unità sono sempre meno presenti, mentre la tendenza è sempre più a dividere e a razionalizzare. Voler cantare nello stesso luogo del suono, cioè internamente, vuol dire non liberare le potenzialità più elevate dell'essere umano e mantenersi su un piano più arretrato, rozzo e materiale. Significa anche non condividere. Il canto esterno, come è avvenuto per gran parte dei cantanti almeno fino alla Prima Guerra Mondiale e per altri ancora fino alla Seconda, era un canto molto più accettato e vicino al pubblico, non solo quello degli appassionati, dei cultori, ma di tantissima gente che comunque apprezzava l'opera e il canto classico in genere, perché non lo percepiva come una sofisticata ingegneria, ma come una condizione umana possibile, seppur molto impegnativa e necessitante di qualche dote speciale. Se io sento un cantante che mi fa vivere affettivamente ciò che canta, perché capisco perfettamente ciò che dice e me lo riesce a trasmettere, lo spettatore si trasfonde e in un certo senso trascende la realtà e vivrà per un breve tempo un'avventura all'interno di quel canto. Se si comincia a non capire niente, al di là del comprendere le parole, ma se il suono è impedito a uscire e quindi le parole più o meno comprensibili, ma non possono raggiungere realmente lo spettatore, sarà forse bello, ci potrà essere emozione per la musica, le scene, il luogo... ma sarà impossibile incontrarsi nel canto, vuoi del cantante, vuoi di tutti coloro che partecipano. Rimarrà un evento fine a sé stesso, di cui si potrà anche conservare un buon ricordo, ma esteriore, non avrà partecipato realmente con l'anima.

mercoledì, maggio 17, 2017

Legato articolato staccato

Il legato nel canto è un obiettivo talvolta di difficile raggiungimento a causa di equivoci psicologici difficili da rimuovere. Sono già molto difficili nel corso degli esercizi, figuriamoci nel canto, anche se talvolta una certa predisposizione espressiva può aiutare. Comunque il problema che si presenta il più delle volte è che si confonde il legare con lo spingere, lo schiacciare, il premere, soprattutto in avanti. Cioè, cosa già ridetta mille volte, si vuol materializzare o "cosificare" [cit. Celibidache] il suono, ignorando che esso è immateriale, quindi dobbiamo farlo, o meglio lasciarlo, scorrere senza opporgli ostacoli. Alla base del perfetto legato ci sta il perfetto articolato [anche questo lo scoprii molti anni fa ascoltando una prova del m° Celibidache]; cosa vuol dire? Che legare una frase non significa "spingere" un suono nel successivo, ma lanciare un "ponte" tra l'uno e l'altro, e questo ponte è sempre e solo un fluire aereo, inconsistente, tra due pronunce perfette, siano esse due vocali o due sillabe o altro. Esemplifichiamo con un vocalizzo di tre note (ascendenti più due discendenti, ad es. do-re-mi-re-do), ad esempio sulla I. Intanto c'è il grosso (a volte enorme e talvolta abnorme) problema dell'attacco. Come ho già scritto infinite volte, occorre comprendere che una vocale si differenzia sostanzialmente da una consonante per il fatto che non dovrebbe esistere un attacco "duro", ovvero generato dall'opposizione di due parti (labbra, lingua-palato, lingua-faringe, ecc.), quindi è indispensabile rendersi conto che l'attacco (della) vocale deve avvenire senza qualsivoglia colpo (ghigliottina del fiato), senza fretta e la pronuncia deve essere incontrovertibilmente esatta, cioè non deve "tendere" né alla E, né alla U, ecc. Quando si sarà raggiunto questo già non facile risultato (ma chi legge questo blog avrà trovato anche diversi suggerimenti su come disporsi correttamente in quella direzione), ci si troverà nella difficoltà di eseguire correttamente l'esercizio (anche se si crederà di far bene). Il problema, infatti, è che l'esecuzione della seconda nota produrrà quasi sicuramente un "appannamento" della I, che risulterà meno a fuoco, meno precisa, e produrrà anche una tensione muscolare soprattutto nella zona tra il mento e il collo. Accade ciò che ho descritto nel post precedente, cioè la vocale esterna si lega al suono interno (e al suo organo produttore, la laringe) creando una tensione verso l'esterno che possiamo definire spinta, schiacciamento, pressione indebita. Ciò non avviene, o più difficilmente, quando stacchiamo, ovvero quando eseguiamo i cinque suoni indipendentemente, articolandoli uno dopo l'altro con una piccola pausa, eventualmente anche respirando tra l'uno e l'altro. Cosa avviene in questo caso? che in genere cessando l'emissione, prima di riattaccare il successivo, si ha un attimo di rilassamento. Quel piccolo rilassamento già riesce a spezzare quel legame interno che porta a un sollevamento laringeo-diaframmatico. Ecco, allora, che se nel momento in cui lego, ogni qualvolta definisco l'attacco della prima vocale immediatamente rilasso prima di attaccare la seconda nota (anzi prima di cominciare a pensare di attaccare la seconda nota) ridicendo perfettamente la vocale, io mi metto nella stessa situazione dello staccato, dove tra una vocale e l'altra non ci sarà il silenzio ma un "ponte" d'aria sonora che devo alimentare e lasciar scorrere, priva di alcuna tensione. Appena riesco produrrò un video, che sicuramente è più chiaro di tutte le parole.
Il parlato e il sillabato hanno minori problemi, ed ecco il motivo per cui anticamente per un certo periodo propedeutico veniva svolto unicamente il solfeggio sillabato. Noi però preferiamo di gran lunga esercizi che si basino su frasi normali in modo da avere un riferimento (quindi una relazione) con il parlato comune, cui anche l'esecuzione intonata dovrà ispirarsi. Parlato e sillabato, comunque, hanno il vantaggio, rispetto al vocalizzo, di avere un attacco consonantico che aiuta, potremmo dire che fa da trampolino, e in questo caso per raggiungere un buon legato ecco che la consonante può rivestire un ruolo importante, specie se il salto è un intervallo ampio e ancor più se è un salto discendente, dove istintivamente si tende a tirare indietro o a lasciar cadere. In questo caso giova molto esercitarsi con il portamento. Potremmo dire che il flusso d'aria è assimilabile per molti versi a un portamento, sempre rimarcando che NON DEVE MAI dar luogo a spinte o pressioni. Queste sono le vere grandi difficoltà da superare, che devono impegnare seriamente lo studente, altro che "alzare, abbassare, tirare, mettere...". Semplicità, flusso, elasticità, rilassatezza.