domenica, marzo 26, 2017

La voce primitiva

In fondo noi potremo parlare di una voce primitiva quando ci riferiamo alla nostra naturale, spontanea vocalità, sia parlata che cantata, da contrapporre alla vocalità artistica cui aspiriamo, che considero evoluta. Entrambe sono voci "naturali", nel senso che non ci sono e non ci debbono essere trucchi, artifici, meccanismi muscolari per "fare" una voce diversa dal naturale, ma per raggiungere la seconda occorre un percorso, diciamo uno sviluppo, che consenta a questa voce di compiere un salto, una trasformazione che non è esterna, non è imposta da fuori, ma esiste potenzialmente in essa (più precisamente nel fiato); essa deve essere vivificata, stimolata, provocata (partendo però da un'esigenza che deve essere sentita). Quindi il termine "sviluppo" non deve essere inteso nel senso fisico (come quello muscolare), ma interno, come la potenza di un numero. Un numero elevato alla seconda o terza potenza, o più, non va pensato semplicemente come moltiplicato per sé stesso un certo numero di volte (che rappresenterebbe un mero meccanismo); il termine "potenza" è stato usato sapientemente. E' come se il numero "esplodesse", cioè manifestasse una sua potenzialità, diventando 4, 8 o tutti i numeri rappresentati dalle infinite potenze. Capita questo con il fiato educato con una disciplina giusta i canoni artistici che ci guidano. La voce non è premuta, spinta o "qualunquemente" manipolata fisicamente al fine di risultare molto forte; la voce dà il massimo di sé in termini espressivi e musicali, oltreché sonori, al termine della fase educativa, per il semplice fatto di volerlo, cioè di cantare. Tutto il resto sono chiacchiere e contorsioni mentali che non fanno che disorientare e confondere. Sapere, informarsi, è una buona regola, ma pensare di trasformare le informazioni in opere è tremendamente difficile, se parliamo di opere d'arte, cioè di come produrle, di come rendere il corpo strumento d'arte. Solo rarissimi maestri ci possono arrivare in virtù di una esigenza spirituale che rasenta la sopravvivenza; noi dobbiamo rifarci a questi tesori, se ci interessa davvero cantare e fare musica con arte, se no è un'altra cosa. Molte persone sentendo un cosiddetto dilettante cantare, dicono "voce grezza", "non educata"; altri dicono "non impostata", "non lirica" o addirittura "non è in maschera". Sono due punti di vista molto diversi, se esaminiamo, e procedono da aspetti culturali diversi. I primi non ne fanno una questione di categoria, di settore, si limitano a notare che una certa voce non possiede (ancora) quelle caratteristiche che dovrebbero farla assurgere a strumento musicale. Magari la persona ha buone caratteristiche musicali, espressive, ma la sua voce non "arriva" del tutto, è incompleta. I secondi, invece, partono da una presunta competenza, cioè loro pensano di sapere cosa ci vuole per far sì che una voce sia "importante", ci vuole un "imposto", occorre che "suoni in maschera", altrimenti non è "lirica"; questo punto di vista lo potremmo definire, anche senza voler insultare, presuntuoso. Quando dico grezza, credo che possa comprendere chiunque, cioè è una terminologia molto ampia, che dovrebbe far capire che è una voce non raffinata, non pura (suono o materia prima, come dicevo in un post precedente). Se dico "non impostata", non sto dicendo niente, perché chi non è del settore non può comprendere (quindi c'è una volontà di tenere fuori chi non è del campo), ma chi è del settore capisce a modo suo, perché sono termini soggettivi (pure "in maschera") che non chiariscono niente. Non educata è una forma un po' più sottile, che richiede già qualche spiegazione, ma abbastanza semplice. C'è ancora da fare una precisazione. Chi parla di voce "impostata" o "in maschera", si riferisce precipuamente alla voce come oggetto, cioè qualcosa che dovrebbe nascere e muoversi in quanto tale, cioè non prende in considerazione la sua origine respiratoria; anche grezzo è piuttosto legato al fenomeno vocale, mentre l'accezione "educata", richiedendo qualche spiegazione, giungerà quasi certamente a prendere in considerazione anche il motore generante, appunto il fiato. I termini "primitiva" e "evoluta" personalmente non li ho mai trovati su testi o riviste, non credo siano mai stati usati coscientemente e con convinzione da alcuno, eppure li trovo i più appropriati. Gli uomini primitivi probabilmente avevano voci diverse e molto più rozze delle nostre, la comunicazione verbale sicuramente era diversa, ma appena creatasi un po' di civiltà, ecco che essa diventa un mezzo fondamentale, e l'uomo inizia a curarla e a preoccuparsi dei suoi aspetti più reconditi che, si sarà ben presto accorto, possono fare la differenza in tutti i campi: politici, militari, affettivi, lavorativi, educativi. Un leader abbisogna di una voce particolare (si può dire faccia parte del "carisma") che riesca a convincere, ad affezionare, fino a plagiare. Si potrebbe dire che sono le parole, ma non è così, o perlomeno non solo. Quindi dalla preistoria all'inizio dell'era civile, già ci fu un'evoluzione, ma ben presto i maestri si accorsero che si poteva far compiere ad essa un ulteriore cammino, per diventare oratori, attori, cantanti... Chi continua a pensare all'insegnamento del canto come a un allenamento fisico (anche in senso sportivo), è completamente fuori strada, anzi è addirittura in direzione contraria! L'evoluzione umana non può che essere dalla materialità verso la spiritualità. Allenare il corpo va benissimo, naturalmente, ma pensare di sottoporre alcune specifiche parti del corpo a una ginnastica, talvolta anche piuttosto rude, per migliorare una componente espressiva e spirituale, è un assurdo e un controsenso, e andrà, invece, a inibire proprio le possibilità che dalla materia possa scaturire quella potenzialità energetica e sublime che ci anima.

mercoledì, marzo 22, 2017

Non aver fretta

Noto che taluni errori si verificano a causa della fretta nel voler pronunciare la vocale o la sillaba iniziale e poi le seguenti. Se si considera che la perfetta pronuncia si focalizza esternamente, ne discende che il voler dire troppo rapidamente causa un blocco del fiato-suono internamente (con dizione imperfetta); occorre lasciar fluire, scorrere il fiato suono, come un limpido ruscello, senza interruzione, affinché possa raggiungere (e alimentare) il luogo ideale affinché si materializzi la più pura e completa formazione vocale.
Consideriamo ad esempio la vocale I, che possiede alcune caratteristiche che si prestano particolarmente alla spiegazione. Quando si emette una I, la lingua si alza verso il palato, come è giusto che sia; questo tende a ostacolare il passaggio del fiato sonoro. Si tende allora a premere verso il basso, oppure si spinge in avanti (e addirittura in basso e in avanti) per cercare di superare l'ostacolo o "toglierlo di mezzo". Non si ha la pazienza di consentire al fiato-suono di percorrere tutto il tragitto piuttosto sinuoso che si presenta. Il fiato-suono deve infatti salire sulla sommità della lingua e poi ridiscendere verso l'apertura orale. In secondo luogo, poi, si vorrebbe creare il prima possibile il timbro, il corpo del suono. Queste azioni uccidono la pronuncia e anche la buona e corretta emissione. Se tento di pronunciare la I prima che il fiato-suono sia uscito e abbia percorso ancora qualche decina di cm davanti a noi, immancabilmente schiaccerò e deformerò irrimediabilmente quanto tento di dire. Non si abbia fretta, dunque, si lasci scorrere il fiato, lo si lasci uscire e davanti a noi si materializzerà come per magia la nostra magnifica voce con le parole dettagliate che vogliamo dire. Questo significa "flusso mentale"! Non siamo noi che creiamo le parole, la nostra mente già sa come fare, non dobbiamo insegnarglielo o farlo noi al suo posto (che non siamo capaci); il nostro compito è quello di espirare con continuità affinché la voce possa approvvigionarsi del fiato necessario. Sul palato, accarezzando la lingua, non dobbiamo aspettarci suono, timbro, voce, ma solo un leggero scorrere di fiato puro (anche se è voce) che non dovrà in nessun modo interferire con i movimenti linguali e non dovrà premere e schiacciare nulla, ma dovrà adattarsi alla postura che quella vocale richiede.

sabato, marzo 11, 2017

Il percorso dantesco

Si potrebbe riassumere la Divina Commedia come un percorso di purificazione; nella prima parte (l'inferno) si può dire che l'autore compia una discesa in sé stesso a conoscersi e a riconoscere i propri difetti, mentre purgatorio e paradiso rappresentano l'ascesa (dapprima in salita) verso la purezza. Quando si intende studiare o approfondire lo studio del canto con seri intenti artistici, in fondo si inizia un percorso analogo. Il viaggio all'inferno si può sintetizzare in una presa di coscienza e allontanamento dalle lusinghe dell'ego, che rappresenta un ostacolo formidabile sul percorso disciplinare. Poi molto resta da fare sul piano della purificazione. Cosa significa, poi? Dobbiamo comprendere che la voce è un misto di suoni e rumori, quindi è un "prodotto" altamente impuro, dove la componente fisica, materiale, è predominante. Inizialmente il fiato, in quanto diseducato, travolge senza discernimento tutto ciò che incontra, lo percuote e, ovunque è possibile, crea vibrazioni. Noi possiamo chiamare tutto ciò voce, ma non ha ancora alcun riferimento a un risultato artistico. Potremmo paragonare questo primo risultato fonico a una materia prima, il legno, la pietra, il marmo, ecc. Non sono elementi disprezzabili, anzi, li dobbiamo rispettare proprio per la loro potenziale ricchezza. Però è l'uomo che è in grado di farne scaturire l'anima più profonda e sottile. Pensiamo ai veli trasparenti che sommi scultori sono riusciti a realizzare con una pietra così dura. E' la rappresentazione più mirabile di un processo di raffinazione, assottigliamento, alleggerimento.
Se non ci fosse stato l'uomo Michelangelo, il David, tanto per dire, starebbe ancora "nascosto" in qualche montagna delle Apuane. Dunque, ripeto, il nostro fiato primigenio si dirige senza criterio verso la glottide e la investe producendo un agglomerato sonoro, che potrebbe anche sortire un effetto molto piacevole, e in qualche caso anche un elevato grado di purezza (questo può anche dipendere dal grado di cultura e di sensibilità personale del soggetto). Ciò che è però fortemente indispensabile per raggiungere una elevata e duratura capacità vocale, è la consapevolezza. Il maestro è il Virgilio della situazione, la coscienza vigile che ha il compito di risvegliare e portare a galla quella dell'allievo che un giorno dopo l'altro prenderà atto di cosa sta facendo e della differenza, e quindi della distanza, che separa la propria vocalità (non la voce in sé) da quella esemplare esemplificata dal maestro (per cui è sottinteso che se il maestro non è in grado di esemplificare perfettamente ciò che intende far perseguire all'allievo... ) e che valuterà man mano il suo avvicinamento al giusto. Ma torniamo alla purificazione. Il fiato dovrà, mediante questa disciplina, selezionare sempre più ciò che dovrà mettere in vibrazione e in che misura (quindi le varie tecniche respiratorie non c'azzeccano niente con una sensibilizzazione così raffinata). Dovrà, cioè far scaturire dalle parti investite (primariamente dalle corde vocali) quella scintilla, quell'anima sottile, purissima e luminosa in esse celata. L'insieme di queste molecole vive e vibranti darà vita a quel gioco frizzante che possiamo alla fine definire voce artistica (con buona pace dei libri e degli autori che non riescono nemmeno a definirla).
Sergiu Celibidache, durante un'esposizione, termina dicendo "la musica è qua", muovendo le mani in una zona alta. Precedentemente aveva disquisito per qualche tempo sulla questione degli armonici. Tutti gli strumenti emettono armonici, ma in genere questo è discorso teorico che poi raramente trova qualche applicazione nella realizzazione musicale (a parte gli autori contemporanei che fanno un uso persino esagerato degli armonici, ma utilizzandoli semplicemente al posto dei suoni, quindi fini a loro stessi). Un valido musicista dovrebbe raffinare l'udito al fine di percepire i principali armonici e nell'eseguire un brano musicale valorizzare il "ballo" scaturente dai suoni di base e che, per l'appunto, si svolge a una certa altezza, sopra tutto e tutti. Per la verità la questione degli armonici, specie per quanto riguarda la voce umana, può considerarsi persino una semplificazione, perché in realtà entrano in campo talmente tante componenti da essere impossibile distinguere gli armonici da suoni secondari di altra origine. Ciò che potremmo definire "epifenomeni" (che ha anche una implicazione filosofica) riguarda appunto tutto un mondo sonoro purissimo e vivace che rappresenta la spiritualità sonora, la parte sottile e profonda di noi che può emergere e manifestarsi quando saremo riusciti a pulirla da tutte le incrostazioni fisiche e psicologiche che la ricoprono. Si tratta, in definitiva, di educare il fiato a riconoscere nel suo cammino, quanto, cosa e come mettere in vibrazione, con quella sensibilità e la raffinatezza che può avere il braccio di un virtuoso violinista, l'occhio e la fermezza di un orologiaio, la mano di un ebanista o un miniatore. Riconoscere al fiato un'intelligenza e una capacità di discernimento, come avesse una propria autonomia; vuol dire dare fiducia al nostro pensiero creativo profondo, che nel fiato si trasfonde in quanto spirito vitale.
Qualcuno potrà intravvedere in questi discorsi riferimenti a occultismi, sette, logge o quant'altro. Ritengo che si debba leggere, ascoltare senza pregiudizi e innescare pensieri altrettanti puri come la voce cui aspiriamo. Non nascondo che ci possono essere, e ci sono, luoghi dove si parla e si fanno progetti per un mondo migliore e dove si studiano in modo meno superficiale le opere d'arte di ogni genere per rintracciarvi i segni e i riferimenti lasciati in modo poco evidente dagli autori (Dante sicuramente fra questi). Personalmente non ho niente a che fare con questo mondo, però non sono prevenuto nei confronti di queste associazioni, pur sapendo che molto spesso vengono usate in modo molto sbagliato e con conseguenze disastrose, e che purtroppo portano anche il discredito su tutta la categoria. In ogni modo suggerisco sempre di leggere e informarsi in modo sereno ma anche con una certa distanza, cioè non lasciarsi subito coinvolgere da discorsi affascinanti ma che possono celare solo un vuoto o, peggio, la manifestazione di personalità egocentriche. La questione sta sempre alla base di scelte; nel canto, o per meglio dire nella vocalità, si tende a scegliere più sovente la strada della fisicità, della materialità, dell'estroversione più accesa e spettacolare, senza volersi calare davvero nel profondo dei significati. Se è così, è giusto proseguire così. Quanti desiderano invece penetrare più a fondo in questa disciplina, dovranno necessariamente intraprendere anche un percorso informativo e formativo più sottile, di carattere gnoseologico, ampio e che parta dal sè, cioè dal conoscersi e riconoscere il bello e il brutto della propria personalità per iniziare quel cammino dantesco. Senza esagerare, sia chiaro, con i tempi e i livelli che ciascuno può e ritiene di potersi e doversi dare.

martedì, marzo 07, 2017

Tutti bravi!

Dunque: ricevo un commento, nemmeno tanto polemico tutto sommato, di un parente di un cantante che in un passato post ho citato con alcune critiche sicuramente non lievi. Lasciamo stare che il post non è stato letto attentamente per cui nel commento vi sono alcuni errori; mi sono messo nei panni di un parente di un cantante che ha svolto una carriera non effimera, con i suoi fans, i suoi ammiratori, oltre che parenti, e mi trovo a leggere una critica non piacevole. Certamente ci rimarrei male e, in modo più o meno violento, presumo che protesterei, andando a ricercare "pezze d'appoggio" che supportino un punto di vista positivo da opporre alle critiche. Però sarà bene ripercorrere gli eventi: su fb vedo un post (non ricordo più di chi) inneggiante il video di un cantante. Provo ad ascoltare e trovo che il suo canto non corrisponda a numerosi punti di un codice artistico che perseguo nella mia scuola e che ritengo indispensabili per valutare positivamente un cantante. Non commento in quella sede (fb), perché so già che si creerebbero discussioni aspre e inutili, ma commento sul mio blog. Ora, sarà bene spiegare che non è che mi sono ritirato sul blog in quanto "mio" spazio personale dove posso dire ciò che voglio e dove nessuno deve permettersi di mettere in discussione i miei scritti. Non è così! Ho preso spunto da quella situazione per scrivere un post dove il soggetto non era QUEL cantante (quindi io non ce l'ho affatto con lui), bensì proprio i criteri per valutare una esibizione, una buona performance vocale-canora. Ma vediamo un po' cosa succede in giro: da anni, direi decenni, è presente su una rete radio nazionale un programma di musica operistica, dove due conduttori e uno stuolo di inviati prende in considerazione la produzione lirica nei teatri italiani ed esteri attuale, e ripercorre la storia di questo settore musicale con dischi e letture. Vuoi in relazione a cantanti in vita che rispetto a voci storiche, si sente di tutto, comprese stroncature impietose. Per molti anni (non so se hanno smesso perché non l'ascolto più da tantissimo tempo), un "passatempo" frequente era quello di dire cattiverie sul soprano Fabbricini. Non si può immaginare quanto mi faceva rabbia sentire falsità, meschinità e sciocchezze riguardanti un soprano che ben conoscevo e di cui apprezzo le doti e il lavoro svolto. Ma mai nessuno li ha fermati. E parliamo di due assoluti incompetenti in campo vocale, uno dei quali, per questo ruolo, si permette anche di svolgere masterclass di canto. Oltre a questo esistono riviste e libri (ancora in circolazione sicuramente alcuni di Celletti, ma anche di emuli più recenti) che non perdonano il cantare in un certo modo o il presentare determinati difetti o vizi.  Allora dobbiamo chiederci: smettiamo di fare qualunque tipo di critica, partiamo dal presupposto che chiunque canta è bravo, evviva e tarallucci e vino? C'è qualcuno che è più degno di fare critica ("giornalista") e altri meno? Per quanto mi riguarda dico questo: la critica fine a sé stessa, cioè parlar male o bene di un cantante perché piace o non piace o per grossolane e superficiali motivazioni, no. La valutazione e gli aspetti di una esibizione vocale sono o possono essere importanti in un quadro didattico, ed è ciò che svolgo con questo blog. Sarà bene evidenziare un dato, che ho già esposto in passato, ma lo ripeto e ribadisco: la stragrande maggioranza di coloro che hanno fatto e fanno "carriera" in campo lirico, a parte doti e privilegi "di natura", sono persone che hanno dovuto studiare e si sono dovuti impegnare per anni. Lasciamo stare se poi per "arrivare" hanno utilizzato mezzi magari non proprio etici o se ci sono persone migliori che non hanno avuto la stessa "fortuna"; tutto può essere discutibile e tutti hanno diritto di parola anche se non lo meriterebbero in pieno. Occorre avere un certo rispetto almeno dell'impegno, e perché no, anche delle doti personali. Da qui in poi, però, subentrano e DEVONO subentrare i criteri. In questo blog e nella mia scuola non solo si insegna la vocalità e il canto, ma si devono imparare quei requisiti che fanno di un cantante un artista vocale. Si può benissimo discutere se questi criteri sono condivisi, quindi si possono contestare, ma ne occorrono altri, quindi non basta dire: "non mi ritrovo in quei criteri, non mi piacciono, non li condivido", devi darmene altri che a mia volta devo condividere. Dopodiché... sì, il blog è mio!

sabato, marzo 04, 2017

"Ah qual colpo inaspettato"

Devo confessare di aver scoperto solo di recente il ruolo passivo della lingua in alcuni difetti. Non che questo abbia o rivesta una importanza particolare, ma dal punto di vista didattico noto che può servire. Anche il m° Antonietti, che fece riferimenti frequenti al ruolo della lingua, non mi risulta abbia individuato il punto sul quale mi soffermerò tra poco; ciononostante il risultato non cambia, cioè veniva ugualmente raggiunto con esercizi e suggerimenti magari diversi ma di identica destinazione.
Ordunque la scoperta riguarda il fatto che ogni qualvolta, soprattutto in vocalizzi o esercizi con vocali, si cambia nota, oppure si cambia vocale (o vocale e nota), viene inferto un piccolo colpo che si produce sulla lingua. Questa è la spia di un errore, ovvero non stiamo emettendo una vocale del tutto esternamente e col fiato, ma in qualche modo c'è un'attività muscolare, e la vocale ha ancora una componente interna. Se si chiede di evitare di infliggere con piccoli colpi i cambi di nota, ovvero se si produce una sorta di portamento, o meglio un bel legato, questi colpi scompaiono e "come per magia", ecco che si entra più efficacemente in un canto sul fiato. Questo perché i colpetti sono interruzioni del fiato oltreché modificazioni dell'assetto posturale della bocca, che non dovrebbe avvenire; se, mettiamo, una "é" su una determinata nota richiede quella forma (e quel fiato), cambiando nota ci sarà una modificazione respiratoria, ma la forma rimarrà pressoché la stessa o comunque proporzionalmente uguale, ma se avviene il colpo io la modifico in modo disuguale e sproporzionato. Questa situazione ci viene a portare verso la verità che già ci è nota e che dobbiamo rendere costante e definitiva nel nostro canto, e cioè che le vocali, o sillabe, si pronunciano esternamente, o meglio il fiato-suono le produce esternamente in base all'impulso mentale (quindi non fisico) che le origina. Se questo si può raggiungere abbastanza facilmente (ma non troppo, non ci si illuda) sull'attacco grazie al "sospiro", spesso negli allievi capita che le note seguenti si producono, invece, con i consueti colpi che si originano nella parte mediana della lingua. L'idea che il fiato scorra e che la pronuncia non debba avvenire con i colpi, oppure che si debbano legare i suoni, pur non perdendo la perfetta pronuncia, porterà, si spera, a cogliere che l'alternativa è la pronuncia esterna. Può esserci un errore secondario, e cioè che per evitare il colpo in basso, lo si generi verso l'alto, cioè nasalizzando. La pronuncia perfetta non ammette questo, quindi se ci si impegna (non con la forza) per mantenere la assoluta correttezza della pronuncia, sicuramente il suono andrà in avanti, non nel naso, però una sensazione analoga potrebbe ugualmente generarsi, perché il palato alveolare e l'osso mandibolare (sopra i denti anteriori superiori) sarebbero comunque investiti dalla scorrevolezza del fiato sonoro, il che andrà a generare l'effetto acustico del "ponticello", analogo a quello del violino, che metterebbe la cassa di risonanza in relazione col suono, producendo quel deciso arricchimento del suono base, senza andare a cercare "maschere", per cui potrebbe percepirsi un'ampiezza sonora che investe una larga zona facciale, ma assolutamente da non confondere con le maschere e le nasalizzazioni che possono portare solo a difetti anche notevoli. Per sicurezza si può provare a chiudersi le narici; se il suono è nel naso si avvertirà una notevole vibrazione e dopo un secondo il suono si arresterebbe (se solo di naso, o ridurrebbe sensibilmente se prodotto tra naso e bocca). Quale libertà, invece, quando si scoprirà che tutte le emissioni di vocali, sillabe, e canto in genere avviene al di fuori di noi (compresa l'agilità), nello spazio anteriore, dove possiamo aumentare, ridurre, giocare con il canto, senza ripercussioni fastidiosissime del fisico, sforzi, stanchezza, spinta, dove le vocali sono LE VOCALI vere, autentiche (non distorte e modificate), dove non ci sono più passaggi, registri, modificazioni di colore necessari o involontari, ma tutto avviene se lo riteniamo utile al messaggio musicale per cui ci sentiamo chiamati a fornire il nostro contributo artistico, dove diventiamo neutrali strumenti di una comunicazione spirituale che proviene da un pensiero puro e profondo e si deve muovere per canali altrettanto inconsistenti, leggeri, rapidi ed eterei per potersi indirizzare agli stessi strumenti comunicativi di chi ci ascolta e che sia pronto a riceverli. Quindi, basta colpi inaspettati; imparate ad ascoltare i vostri modi di produrre i suoni (che per molto tempo sono diversi da quelli parlati, erroneamente, poi diverranno gli stessi, pur avendo un risultato diverso perché gli esercizi portano a quell'evoluzione respiratoria che permetterà una elevazione artistica dell'emissione) e soprattutto a far scorrere, consumare il fiato-suono in leggerezza e.... letizia!

giovedì, marzo 02, 2017

Arte del canto?

Ci sono in circolazione diversi libri e oggi anche decine di siti internet che fanno riferimento a una presunta "arte del canto" o "arte vocale". La cosa che più meraviglia è che molti di questi, e non solo recenti, fanno capo a foniatri, più o meno celebri, che con l'arte direi che hanno ben poco a che spartire. Il primo dato, infatti, che ogni pubblicazione, vuoi cartacea che digitale, dovrebbe esporre è proprio il riferimento all'arte. Che cosa intendono di preciso con "arte del canto" o "arte vocale"? Ho sfogliato qualcuno di questi libri e ho aperto alcuni siti internet, ma non ho visto alcunché, anzi direi che nel corso dell'esposizione la parola arte appare pochissime volte. Dunque ciò che emerge è che questo termine, vieppiù abusato, può essere usato disinvoltamente, tanto per dare un tocco di importanza e nobiltà alla materia, che specie quando viene utilizzato in campo medico può "scaldare" un po' il clima delle pubblicazioni che nelle descrizioni anatomo-fisiologiche risulterebbero alquanto algide. Chi sfogliasse le centinaia di post che compongono questo blog troverebbe numerosi approfondimenti su cosa si intende per arte e come e perché questa scuola fa riferimento a un'arte, non solo per blasonarci. Si può benissimo non essere d'accordo, si può aver da ridire, ma intanto ci sono i fondamenti e i collegamenti, per cui non si tratta di cose buttate lì, e inoltre c'è sempre la possibilità di commentare e fare domande.
Ciò che da un lato mi fa sorridere ma dall'altro delude, è che tutti questi studi foniatrici o comunque a sfondo anatomico descrittivo, essendo redatti da persone di approfondita cultura specifica e intelligenza, si avvicinano considerevolmente a quelli che sono i fondamenti dell'arte vocale, ma quando sembrerebbero aver toccato i punti sensibili... ecco che interrompono le loro considerazioni, perdono la strada; lo vedo in ogni argomento: respirazione, registri, appoggio,... descrizioni, analisi storiche, panorami... e poi? a cose conduce tutto questo descrittivismo? nemmeno a qualcosa di orientativo. Queste pubblicazioni, ma non solo queste, le definirei più arte confusionaria. Lì direi che riescono piuttosto bene.

lunedì, febbraio 27, 2017

Meglio alleggerire

L'utilizzo della cosiddetta "maschera" da parte di molti insegnanti di canto, intesa non semplicemente come sensazione di un buon canto, piacevole, sonoro, omogeneo, ma come "posizione" di suono interno, variamente posizionato, a seconda delle percezioni, in zona nasale, oculare, frontale, ecc., a cosa può servire, sebbene ingannevolmente? Grazie alle esperienze e ricordi dei primi anni di studio e a successive letture, sono in grado di descrivere il ruolo e gli obiettivi di questa metodica, non privi peraltro di controindicazioni appunto perché ignoranti i fondamenti dell'arte vocale e alla ricerca di "tecniche" che in qualche modo superino l'ostacolo, senza conoscere i risvolti. Questo significa "comprendere": una autentica scuola di canto, che di quest'arte conosca i fondamenti, è in grado di comprendere, cioè di annettere nella prospettiva, ogni metodologia o prassi educativa, e di saperle valutare e coglierne aspetti positivi e negativi e di capire gli scopi che si prefiggono da ogni tipo di consiglio-tecnica, con le ricadute possibili.
Per un gran numero di insegnanti di canto, "mettere il suono in maschera" significa cercare di indirizzare la voce, o meglio il suono vocale, nelle regioni alte del capo, come accennavo dianzi. Qualche decennio fa erano gli stessi foniatri a consigliarlo, e si accodarono molti insegnanti, senza aver capito realmente, ma semplicemente perché sembrava logico che la voce dovesse essere indirizzata verso maggiori spazi che secondo un luogo comune dovrebbe dare maggiore intensità e corpo alla voce. Celletti si innamorò di questa visione che illustrò ovunque nei suoi scritti che ambivano a parlare di canto "professionale" e portò ancora a maggior divulgazione questa tecnica sostanzialmente illusoria. L'allenamento più frequente per migliorare il canto in maschera sarebbe il c.d. "bocca chiusa", ovvero il vocalizzo sulla "M". Per la verità non si capisce cosa ci sia da allenare, visto che non si sviluppa niente, ma lasciamo stare. Il dato su cui poco si riflette, e che solo alcuni ammettono candidamente, senza peraltro desistere, è che il vocalizzare a bocca chiusa porta il suono nel naso, con abbassamento del velo palatino (contrariamente a quanti molti di loro credono). La ricerca di voce a livello nasale-maschera comporta uno spoggio della voce, ovvero un sollevamento complessivo della colonna d'aria dal diaframma. Questo illude perché il minor carico su quel muscolo si manifesta con minor impegno per il cantante, ma ignorando che quel minor impegno si traduce con minor efficienza e rischi.
Dunque, vediamo però tra una verità e una tecnica illusoria dove si cela la difficoltà vera e dove la tecnica aggirante ma non risolutiva. Prendiamo l'emissione della vocale "I". E' una vocale per molti assai difficile, perché l'estremo sollevamento della parte mediana-anteriore della lingua comporta un passaggio limitato del fiato-suono. Questo porta molti allievi a spingere per cercare di dare suono, intensità maggiori, ottenendo sempre difetti anche molto evidenti. Mettendo la I "in maschera", cioè nel naso, il problema potrebbe trovare una simil soluzione, perché si toglie una parte di suono e una parte di spinta. Sarà, ovviamente, una "I" che "puzzerà" fortemente di risonanza nasale, ma il fatto di trovare una posizione che tolga un po' di problemi giustifica tutto. Ammettiamo però che invece la I riesca correttamente, e che quindi la sua emissione avvenga regolarmente con il passaggio tra lingua e palato (che poi, è bene ribadirlo, quello è davvero solo un passaggio, la vera I si formerà fuori, come tutte le altre vocali artisticamente pronunciate). Il problema rinasce quando si vuole emettere altre I su diverse note, oppure passare alla "é" (e "stretta"). Il dato comune di chi canta è che per pronunciare altre vocali (o la stessa su altre note), non trova di meglio che dare accenti e pressioni verso il basso, a cominciare dalla lingua stessa. Quindi "ì - ì - ì ..." si realizzerà con una serie di colpi sulla lingua, che la faranno abbassare, producendo varie tensioni, e distruggendo la pronuncia corretta. Peggio ancora se si fa "ì - é - é ..." dove, già ammesso che si abbia chiaro cosa significa pronunciare "é", si assisterà a una maggiore apertura della bocca, rispetto alla "I", con rigidità mandibolare, e abbassamento della lingua. Accenti, colpi che tolgono ogni possibilità di scorrimento del fiato-suono, che quindi non possono rientrare nell'alveo di un'ottima fonazione. Se il passaggio dalla I alla "é" venisse fatto con un passaggio "in maschera", il risultato sarebbe non eccellente, a causa della nasalizzazione (e conseguentemente spoggio), ma toglierebbe il problema della pressione sulla lingua. Ecco dunque che la "maschera" diventa un palliativo, un escamotage per superare un problema ricorrente. Viceversa la correttezza dell'emissione passa attraverso il "togliere" pressione, spinta, alleggerendo e utilizzando il "sospiro"  (non la H) che favorisce la dinamica respiratoria senza creare quella valvolizzazione della lingua che tenderà a chiudere lo spazio. Se passiamo poi alla A, cruccio di tantissimi cantanti e insegnanti, che in mancanza di fondamenti preferiscono abolirla, dove è necessario aprire almeno un po' la bocca (cioè abbassare la mandibola), eccoci di nuovo a spinte e colpi verso il basso. Ancora una volta i "mascherari" (ma non solo, anche qualche fautore della vocalità naturale) prediligono il non aprire tanto la bocca (magari sorridendo... "internamente") e spostare il fuoco negli spazi superiori, dove ovviamente non si potrà pronunciare perfettamente la A, ma... che importa? (!!). Invece se si lavora "di fino", togliendo pressione e spinte, l'apertura potrà avvenire con dolcezza e quel "cuscinetto" sonoro dinamico che ha prodotto la "ì" e la "é" proseguirà senza cadute, senza interruzioni e sbalzi (il vero LEGATO), e contribuirà a produrre anche le altre vocali (sempre fuori, cancellando la rozza percezione di anteriori e posteriori). Quindi le tecniche che fanno uso di spostamenti risonantici rispetto la prassi naturale (bocca), sono da evitare in quanto possono dare un momentaneo sollievo, rispetto le difficoltà che si incontrano, ma non risolvono affatto alcun problema, sono sistemi illusori e ingannevoli, che alla lunga (se non già alla breve) creeranno problemi di vario ordine.