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sabato, aprile 15, 2017

Respiro e Musica

Fin da quando insegno canto mi sono interrogato sugli aspetti musicali che dominano l'emissione del cantante. E' meno facile individuarli nel canto vero e proprio mentre nel corso degli esercizi, data la loro regolarità e modularità, sono più immediatamente rilevabili. Fin da subito, date comunque anche le stesse conoscenze acquisite nel corso degli studi e dalle letture, avevo colto che gli esercizi basati su una scaletta o un arpeggio ascendente e discendente, trovavano differenze piuttosto nette tra la fase ascendente e la successiva, dove la seconda risulta sempre meno valida. Mi sono quasi sempre riferito a due condizioni che determinano questo fatto: 1) psicologico: siccome la fase ascendente va "in su", si tende con facilità a impiegare correttamente il fiato, nella discesa si tende a risparmiare o addirittura a tirare indietro, per cui si rallenta il procedimento di emissione, che risulta quindi carente; 2) distrazione: siccome la concentrazione è difficile da mantenere, superata la nota acuta, che riserva sempre un ruolo accentrante, l'allievo si distrae, non controlla più e lascia andare, per cui le note del ritorno risultano imprecise, saltellanti e spesso non ben intonate (specie l'ultima - vedi oltre). Pur confermando queste tesi, in tempi più recenti mi sono accorto di qualcosa di ancor più profondo e coinvolgente l'intero argomento "emissione" e il legame con l'obiettivo evolutivo che ci poniamo. Esiste a livello inconscio un legame tra i movimenti musicali e quelli respiratori, in particolare i movimenti ascendenti sono legati ai moti espiratori e quelli discendenti a quelli inspiratori. In questo modo noi ci troviamo nella condizione che quando il moto è ascendente noi siamo in una posizione più aperta, ampia e facilitante l'emissione, mentre nei moti discendenti ci relazioniamo a una condizione inspiratoria, quindi più introversa, retrograda e quindi frenante l'emissione. Questa situazione è legata poi a un discorso più approfondito sulla respirazione. Come scrissi già in passato, l'evoluzione respiratoria legata al canto porta gradualmente a allentare e pressoché eliminare la condizione muscolare antagonista che avviene tra inspirazione ed espirazione, facendo mantenere al cantante artista una postura, che noi definiamo galleggiante, dove, essendosi eliminate le pressioni istintive interne del fiato, che ruotano sulla funzione valvolare della laringe, e quindi sulla condizione apneica che rischia sempre di prodursi a ogni fine atto inspiratorio, noi possiamo dire di rimanere per tutto il tempo di un'emissione senza sensibili intervalli di tempo (che consentano un rilassamento complessivo per qualche minuto) in una situazione che non si può definire né inspiratoria né espiratoria, ma a "doppia circolazione", o "a tubo aperto". E' questo un risultato di estrema specializzazione, cui pochissimi possono pervenire, però un sensibile miglioramento dell'emissione può nascere proprio da un maggior controllo degli intervalli discendenti dove è opportuno verificare che la scorrevolezza del fiato non rallenti e non freni, anzi è bene proprio facilitare la fluidità, magari pensando di allungare il percorso oltre la bocca; è inoltre un buon modo di migliorare il costante consumo utilizzando (almeno in fase discendente, anche in alcune frasi del canto vero e proprio) il portamento (quello che gli antichi definivano "strisciato"). Quest'ultimo, che è da usare con somma parsimonia nel canto vero e proprio, non solo è molto utile negli esercizi, ma è da considerare una sorta di "tappeto" sonoro onnipresente, che aiuta nel legato (evita i colpi e gli attriti) e ci permette di percepire meglio, anche in zona acuta, il ruolo del fiato, che dobbiamo sempre consumare e mai risparmiare.
Prima di concludere devo fare un cenno agli esercizi "in giù" di cui era fautore ad esempio G. L. Volpi, sulla base dei suoi ricordi della scuola di Cotogni. Un'altra constatazione spesso presente è che molti cantanti giungono sull'ultima nota bassa leggermente crescenti. Questo è dovuto all'ennesimo malinteso (diciamo così) degli insegnanti che dicono in continuazione "tieni su". L'idea che il suono possa "cadere" viene contrapposto al consiglio, appunto, di tenere su, verso gli occhi e la fronte (se non addirittura la sommità del cranio), adducendo anche la questione della "maschera", che, cioè, se si lascia andare il suono, durante la discesa, si perde il "fuoco" della maschera. Non solo son sciocchezze, ma si ingenerano errori. L'unica cosa che fa cadere il suono è l'arresto o il forte rallentamento della corrente aerea. Lauri Volpi usava dire che partendo da una nota centro-acuta e discendendo, si trova il più corretto punto di attacco e si bypassa il problema del passaggio. E' evidente che attaccando in zona acuta, dove cioè c'è una più evidente influenza della corda di falsetto, scendendo si rimane prioritariamente su questa corda (in L. Volpi si sente tantissimo) e quindi è vero che riattacando sullo stesso punto e risalendo non si avvertirà un cambio di registro (Cotogni diceva che nel grande canto è come cantar sempre in falsetto, ed è assolutamente vero). Non so poi come la pensasse lo stesso cantante in merito al "tener su" (in certi periodi so che era del tutto contrario anche all'idea della maschera, ma bisogna ammettere che è stato un cantante e un pensatore molto volubile, quindi c'è poco da fidarsi dei suoi consigli e delle sue teorie) però posso convenire che fare esercizi "al contrario", cioè che prima scendano e poi risalgano può essere vantaggioso, anche per il fatto che l'esercizio consueto ha il difetto di arrivare alla parte discendente quando il fiato è già stato in buona parte consumato, quindi il cantante, oltre a quanto già scritto sopra, sente anche la necessità di risparmiare avvertendo la minor disponibilità d'aria.

sabato, aprile 08, 2017

Flusso mentale

"Flusso mentale operante" (frase chiave del m° Antonietti) ovvero: chi canta?
Qualche tempo fa scrissi un post dal titolo "non avere fretta", in cui esortavo ad aspettare a pronunciare, in modo da consentire al fiato-suono di scorrere tranquillamente all'esterno prima che si concretizzasse la pronuncia. Quell'esortazione è da considerarsi propedeutica a una verità più drastica, e cioè non fare! Per coloro che cantano l'urgenza maggiore pare sia sempre quella di FARE, qualsiasi cosa, di testa loro o suggerita dall'insegnante di turno, ma fare! Certamente bisogna considerare che se uno va a lezione (di canto come di qualsiasi altra cosa) è implicito che non sa fare le cose indispensabili per poter assimilare le competenze utili a fare quella determinata cosa. Intanto occorre precisare meglio questo ambito del fare. Se parliamo di imparare una tecnica, cioè un coordinamento di arti al fine di realizzare movimenti efficaci per azionare meccanismi, allora sì, dobbiamo parlare di un fare pratico e operativo a livello neuro-muscolare (saper utilizzare una macchina da scrivere o un computer, un tornio, un qualunque strumento musicale, ecc.). Questo perché c'è una non conoscenza da parte dell'uomo dell'oggetto che si va ad azionare. L'oggetto, pur essendo stato inventato da uomini, e quindi rispondente a logiche proprie dell'uomo, deve anche sottostare a principi meccanici che possono non essere facilmente conosciuti da tutti, e in ogni caso occorrono adattamenti e perfezionamenti continui fino a un punto considerato ottimale. Nel campo del canto questa fase non è da considerare! Il nostro corpo, la nostra mente, già conosce ed è in possesso di tutte le informazioni utili al perfetto funzionamento della voce. Ciò che c'è da fare è migliorare, perfezionare, però dobbiamo metterci nella giusta ottica per comprendere cosa vuol dire. Per la gran parte degli insegnanti vuol dire fare meccanicamente, cioè sovrapporre movimenti a quelli che il corpo e la mente già conoscono, impallandone la fluidità e la regolarità. Questo è uno dei motivi per cui spesso i cantanti non riescono a esprimere una eccellente pronuncia, ma è anche il motivo per cui anche quando cantano a un buon livello non sono esenti da limiti e difetti, per quanto modesti, però qui risiede uno degli aspetti più fastidiosi di questo mondo, cioè il fatto che tutti criticano e tutti sembrano criticabili. Per quanto si tratti di un'arte complessa, che quindi difficilmente può esprimersi al massimo in tutte le componenti (musica, vocalità, gesto), decenni fa era decisamente meno sottoposta all'ampia delusione che subisce oggigiorno. Non si può nascondere che una grave responsabilità l'abbia la cosiddetta scienza foniatrica; non in sé, è chiaro che la scienza medica debba occuparsi di questo ambito e fare i propri studi e le proprie considerazioni, ma per l'invasione di campo nell'ambito dell'educazione vocale. E peggio ancora hanno fatto (di fatto autorizzando quest'invasione) i tanti insegnanti che hanno voluto inglobarla nei propri metodi di lavoro, spesso senza cognizioni di causa e senza porsi interrogativi sulla reale efficacia di simili metodiche.
Dunque la vera e unica strada per addivenire a una vocalità magistrale, passa NON attraverso un FARE che si sovrapponga a quello già connaturato, ma mediante miglioramenti di ciò che già sappiamo. Ogniqualvolta noi ci mettiamo a muovere volontariamente la lingua, il palato, la laringe o il faringe, noi di fatto li escludiamo dal proprio movimento naturale già incluso nel nostro centro mentale dedicato. Se noi ci mettessimo a girare con le mani la ventola di un motorino elettrico in funzione, magari perché lento, dopo un po' lo rompiamo, perché ci sovrapponiamo e impediamo la sua regolare funzione. Nel corpo non andremo a rompere, fisicamente, ma ci interponiamo e sicuramente guastiamo la regolarità e l'alta conoscenza in sé racchiusa, con una conoscenza meccanica ben più scarsa. E' una presunzione intollerabile. Noi parliamo, camminiamo e ci muoviamo senza pensare, lo facciamo e basta. Questa è la Natura di sopravvivenza e relazione (lo hanno scritto anche insegnanti di canto e foniatri!); per andare avanti, per quale motivo noi dovremo insegnare qualcosa che in realtà è già compreso? E' chiaro che lo sviluppo e l'evoluzione non riparte da zero, ma deve avanzare, e quindi noi dobbiamo non fare cose, ma renderci conto di ciò che è latente, quindi non sviluppato, e mettere in condizioni il corpo di dare questo "di più" che è potenziale ma non manifesto, perché non necessario. Nel momento in cui "facciamo", cioè nel momento in cui ci mettiamo a muovere parti del nostro corpo senza un criterio che sia già compreso nel nostro funzionamento, scateniamo reazioni e opposizioni. Non si tratta, come qualcuno scrisse tempo fa, di considerare la Natura matrigna o l'istinto da combattere. La Natura e l'istinto fanno benissimo il loro lavoro, ma se non ci rendiamo conto che le nostre azioni vanno in contrasto con determinati funzionamenti presenti nel nostro DNA, non ci poniamo nelle condizioni per poter compiere realmente un'evoluzione, e ci dovremo accontentare di svolgere il "mestiere" di cantante combattendo per tutta la vita con l'istinto che ci obbliga a tenerci in allenamento e sostanzialmente a combatterlo altrimenti addio acuti, addio omogeneità, addio pronuncia, addio bellezza e fermezza di suono... il che poi avviene quasi sempre comunque, perché i nostri allenamenti a un certo punto, quando il corpo comincerà a non avere più le risorse della gioventù, non saranno più in condizioni di tenerlo a bada, e quindi addio acuti, addio fermezza e bellezza del suono, ecc. ecc. Quindi ecco l'imperativo: non fare, ovvero ascoltarsi, insieme all'insegnante, per capire cosa c'è da perfezionare, che sarà, per molto tempo, il non riuscire a pronunciare perfettamente, ma non facendolo materialmente mediante movimenti e forzature (della bocca nel suo insieme), ma semplicemente riconoscendolo e volendolo. Se il corpo e la mente non si sentono "violentate" dalla nostra caparbia volontà di voler far muovere determinate parti, potranno gradualmente dare il meglio di sé anche in termini di sviluppo oltre la soglia delle esigenze di sopravvivenza. Naturalmente non voglio nascondere che questo procedimento non implichi qualche necessità più pratica e operativa. L'istinto opera per diverse vie; noi non ce ne rendiamo conto ma ci troviamo spesso con la bocca storta, inchiodata, disarmonica, per cui l'insegnante è fatale che dia indicazioni (apri, apri di più, sorridi, rilassa, ecc.) per mettere il fiato in condizioni di operare al meglio, anche se non è subito l'ottimale, ed è per questo che dopo un periodo propedeutico, in cui qualche "schiodamento" è necessario, quando il fiato comincerà a svolgere appieno al proprio dovere, ecco che facilmente emergeranno indicazioni opposte, cioè "non aprire così tanto", fino al fatale "non fare", e persino "non pronunciare", NON nel senso che non si debba badare a che la pronuncia sia assolutamente perfetta, ma nel senso (ormai si sarà capito!) di NON FARE azione materiale e fisica di pronuncia, ma LASCIARE che la pronuncia venga da sé, controllando attraverso l'udito nell'ambiente in cui si sta cantando che essa sia perfetta, ma evitando di "aggiustarla" nuovamente con irrigidimenti e tensioni muscolari, che peggiorerebbero, ma TOGLIENDO tensione, togliendo forza, e qualunque altro mezzo si trovi tra la mente e il fiato trasformatosi in voce, escludendo totalmente la gola (gola morta, ma morta quasi davvero!!) e tutto quanto può assumere tensione, lasciar scorrere senza intervenire e consentire che fuori di noi si materializzi l'impero del grande, immenso canto.

lunedì, aprile 03, 2017

Le due facce della complessità

Il fatto che la vita presenti oggi molti problemi alle persone, è dovuto principalmente al livello di complessità che l'uomo ha instaurato. Non sto a entrare nel merito del perché e percome abbiamo raggiunto questo stadio; mi limiterò a dire che in parte è un processo fisiologico legato all'evoluzione, o a ciò che potremmo intendere sotto un certo punto di vista con questo termine. In parte è dovuto invece a una deriva legata all' "avere". In ogni modo oggi tutti, e grossomodo in quasi tutto il mondo, devono fare i conti con questo "mostro". La complessità cosa causa? Gli strumenti, le strategie, perlopiù istintive, per aggirarlo. Oggi ascoltavo una conferenza sul rapporto tra il mondo di internet e i ragazzi. Assenti: le famiglie. Motivo: la complessità, che per la maggior parte di esse risulta un problema complesso, insormontabile, quindi ingestibile. C'è un problema analogo nel canto e nella musica? Si potrebbe dire di no, in quanto il canto e la musica si studiano da secoli, non ci sarebbe niente di nuovo. Il problema però sta nel contorno, cioè nella società, negli stili di vita, che condizionano l'approccio e lo rendono molto più complesso e "ansiogeno" rispetto al passato. Se pensiamo anche solo a pochi decenni fa come era lo studio nei primi anni di scuola: le aste: si riempivano quaderni di aste. La bella scrittura; intravedo ancora alcuni anziani con scritture magnifiche, e purtroppo vedo eserciti di ragazzi e bambini con scritture indecifrabili. Ai "miei tempi" si andava a scuola di musica e per mesi e addirittura anni si studiava teoria e solfeggio e non si toccava uno strumento. Non è che sia d'accordo, ma per dire che c'era un rispetto del tempo che non esiste più. Ancora: qualche giorno fa ho visto un filmato della fine degli anni 80 relativo a un talk show televisivo con i soliti conduttori, giornalisti e politici, però non ho potuto fare a meno di notare che l'intervento di un ospite è durato almeno 3 minuti in totale libertà, cioè con tutti che ascoltavano e nessuno che interrompeva. Oggi talvolta non passano 5 secondi senza che si sia interrotti. Questo è un problema complesso, cioè c'è l'ansia, ma dovuta a molteplici problemi, psicologici (se non psicanalitici o addirittura psichiatrici!!) che si generano nella complessità esistenziale in cui navighiamo. Il problema però sta nel fatto che questo fattore genera soluzioni complesse. Cioè perdiamo il contatto e il riconoscimento della semplicità. Per risolvere un problema, come può essere quello educativo, andiamo alla ricerca di metodologie contorte e spiegazioni altamente sofisticate. Alla fine dell'Ottocento, inizio Novecento, era già tanto che si sapesse qualcosa sull'anatomia e fisiologia degli apparati vocali, e rarissimi erano gli insegnanti di canto che ne sapevano qualcosa, e comunque in modo complementare al loro insegnamento. L'insegnamento era empirico, non scientifico, e perlopiù praticato con metodologie semplici e graduali (la gradualità è l'anticomplessità, perché procedendo per passi successivi, ti appare sempre semplice ciò che viene conquistato, e quasi non ti accorgi di riuscire, poi, a fare procedimenti persino virtuosistici con apparente semplicità). E avevamo cantanti strabilianti. L'aspetto scientifico è entrato sempre più nell'insegnamento (spesso in modo approssimativo, che è ancor peggio) e gli insegnanti si sono dedicati a voler comprendere e spiegare la vocalità con questo tipo di approccio, non rendendosi conto che solo da questo lato la comprensione non è raggiungibile, anche perché il livello di complessità per spiegare un'arte scientificamente richiederebbe conoscenze che potremmo definire paradossali. Quindi abbiamo da un lato insegnanti prettamente legati a una condotta di tipo scientifico (addirittura so di alcuni che monitorano le lezioni con strumenti di controllo elettronico), altri che seguono una strada parallela, ma con cognizioni modestissime in questo campo per cui dicono un sacco di sciocchezze, e si inventano tecniche e metodi assurdi, generici o nel migliore dei casi limitati, e pochi superstiti insegnanti di "vecchia scuola" che lavorano empiricamente, alcuni discretamente, altri male, perché comunque con scarsissima coscienza vocale. Tutto questo discorso per dire che se non si riesce a comprendere che l'apprendimento di un'arte deve necessariamente passare per una conquista semplice e graduale, il che richiede tempo e pazienza, ci allontaneremo sempre di più da conquiste storicamente radicabili.

domenica, marzo 26, 2017

La voce primitiva

In fondo noi potremo parlare di una voce primitiva quando ci riferiamo alla nostra naturale, spontanea vocalità, sia parlata che cantata, da contrapporre alla vocalità artistica cui aspiriamo, che considero evoluta. Entrambe sono voci "naturali", nel senso che non ci sono e non ci debbono essere trucchi, artifici, meccanismi muscolari per "fare" una voce diversa dal naturale, ma per raggiungere la seconda occorre un percorso, diciamo uno sviluppo, che consenta a questa voce di compiere un salto, una trasformazione che non è esterna, non è imposta da fuori, ma esiste potenzialmente in essa (più precisamente nel fiato); essa deve essere vivificata, stimolata, provocata (partendo però da un'esigenza che deve essere sentita). Quindi il termine "sviluppo" non deve essere inteso nel senso fisico (come quello muscolare), ma interno, come la potenza di un numero. Un numero elevato alla seconda o terza potenza, o più, non va pensato semplicemente come moltiplicato per sé stesso un certo numero di volte (che rappresenterebbe un mero meccanismo); il termine "potenza" è stato usato sapientemente. E' come se il numero "esplodesse", cioè manifestasse una sua potenzialità, diventando 4, 8 o tutti i numeri rappresentati dalle infinite potenze. Capita questo con il fiato educato con una disciplina giusta i canoni artistici che ci guidano. La voce non è premuta, spinta o "qualunquemente" manipolata fisicamente al fine di risultare molto forte; la voce dà il massimo di sé in termini espressivi e musicali, oltreché sonori, al termine della fase educativa, per il semplice fatto di volerlo, cioè di cantare. Tutto il resto sono chiacchiere e contorsioni mentali che non fanno che disorientare e confondere. Sapere, informarsi, è una buona regola, ma pensare di trasformare le informazioni in opere è tremendamente difficile, se parliamo di opere d'arte, cioè di come produrle, di come rendere il corpo strumento d'arte. Solo rarissimi maestri ci possono arrivare in virtù di una esigenza spirituale che rasenta la sopravvivenza; noi dobbiamo rifarci a questi tesori, se ci interessa davvero cantare e fare musica con arte, se no è un'altra cosa. Molte persone sentendo un cosiddetto dilettante cantare, dicono "voce grezza", "non educata"; altri dicono "non impostata", "non lirica" o addirittura "non è in maschera". Sono due punti di vista molto diversi, se esaminiamo, e procedono da aspetti culturali diversi. I primi non ne fanno una questione di categoria, di settore, si limitano a notare che una certa voce non possiede (ancora) quelle caratteristiche che dovrebbero farla assurgere a strumento musicale. Magari la persona ha buone caratteristiche musicali, espressive, ma la sua voce non "arriva" del tutto, è incompleta. I secondi, invece, partono da una presunta competenza, cioè loro pensano di sapere cosa ci vuole per far sì che una voce sia "importante", ci vuole un "imposto", occorre che "suoni in maschera", altrimenti non è "lirica"; questo punto di vista lo potremmo definire, anche senza voler insultare, presuntuoso. Quando dico grezza, credo che possa comprendere chiunque, cioè è una terminologia molto ampia, che dovrebbe far capire che è una voce non raffinata, non pura (suono o materia prima, come dicevo in un post precedente). Se dico "non impostata", non sto dicendo niente, perché chi non è del settore non può comprendere (quindi c'è una volontà di tenere fuori chi non è del campo), ma chi è del settore capisce a modo suo, perché sono termini soggettivi (pure "in maschera") che non chiariscono niente. Non educata è una forma un po' più sottile, che richiede già qualche spiegazione, ma abbastanza semplice. C'è ancora da fare una precisazione. Chi parla di voce "impostata" o "in maschera", si riferisce precipuamente alla voce come oggetto, cioè qualcosa che dovrebbe nascere e muoversi in quanto tale, cioè non prende in considerazione la sua origine respiratoria; anche grezzo è piuttosto legato al fenomeno vocale, mentre l'accezione "educata", richiedendo qualche spiegazione, giungerà quasi certamente a prendere in considerazione anche il motore generante, appunto il fiato. I termini "primitiva" e "evoluta" personalmente non li ho mai trovati su testi o riviste, non credo siano mai stati usati coscientemente e con convinzione da alcuno, eppure li trovo i più appropriati. Gli uomini primitivi probabilmente avevano voci diverse e molto più rozze delle nostre, la comunicazione verbale sicuramente era diversa, ma appena creatasi un po' di civiltà, ecco che essa diventa un mezzo fondamentale, e l'uomo inizia a curarla e a preoccuparsi dei suoi aspetti più reconditi che, si sarà ben presto accorto, possono fare la differenza in tutti i campi: politici, militari, affettivi, lavorativi, educativi. Un leader abbisogna di una voce particolare (si può dire faccia parte del "carisma") che riesca a convincere, ad affezionare, fino a plagiare. Si potrebbe dire che sono le parole, ma non è così, o perlomeno non solo. Quindi dalla preistoria all'inizio dell'era civile, già ci fu un'evoluzione, ma ben presto i maestri si accorsero che si poteva far compiere ad essa un ulteriore cammino, per diventare oratori, attori, cantanti... Chi continua a pensare all'insegnamento del canto come a un allenamento fisico (anche in senso sportivo), è completamente fuori strada, anzi è addirittura in direzione contraria! L'evoluzione umana non può che essere dalla materialità verso la spiritualità. Allenare il corpo va benissimo, naturalmente, ma pensare di sottoporre alcune specifiche parti del corpo a una ginnastica, talvolta anche piuttosto rude, per migliorare una componente espressiva e spirituale, è un assurdo e un controsenso, e andrà, invece, a inibire proprio le possibilità che dalla materia possa scaturire quella potenzialità energetica e sublime che ci anima.

mercoledì, marzo 22, 2017

Non aver fretta

Noto che taluni errori si verificano a causa della fretta nel voler pronunciare la vocale o la sillaba iniziale e poi le seguenti. Se si considera che la perfetta pronuncia si focalizza esternamente, ne discende che il voler dire troppo rapidamente causa un blocco del fiato-suono internamente (con dizione imperfetta); occorre lasciar fluire, scorrere il fiato suono, come un limpido ruscello, senza interruzione, affinché possa raggiungere (e alimentare) il luogo ideale affinché si materializzi la più pura e completa formazione vocale.
Consideriamo ad esempio la vocale I, che possiede alcune caratteristiche che si prestano particolarmente alla spiegazione. Quando si emette una I, la lingua si alza verso il palato, come è giusto che sia; questo tende a ostacolare il passaggio del fiato sonoro. Si tende allora a premere verso il basso, oppure si spinge in avanti (e addirittura in basso e in avanti) per cercare di superare l'ostacolo o "toglierlo di mezzo". Non si ha la pazienza di consentire al fiato-suono di percorrere tutto il tragitto piuttosto sinuoso che si presenta. Il fiato-suono deve infatti salire sulla sommità della lingua e poi ridiscendere verso l'apertura orale. In secondo luogo, poi, si vorrebbe creare il prima possibile il timbro, il corpo del suono. Queste azioni uccidono la pronuncia e anche la buona e corretta emissione. Se tento di pronunciare la I prima che il fiato-suono sia uscito e abbia percorso ancora qualche decina di cm davanti a noi, immancabilmente schiaccerò e deformerò irrimediabilmente quanto tento di dire. Non si abbia fretta, dunque, si lasci scorrere il fiato, lo si lasci uscire e davanti a noi si materializzerà come per magia la nostra magnifica voce con le parole dettagliate che vogliamo dire. Questo significa "flusso mentale"! Non siamo noi che creiamo le parole, la nostra mente già sa come fare, non dobbiamo insegnarglielo o farlo noi al suo posto (che non siamo capaci); il nostro compito è quello di espirare con continuità affinché la voce possa approvvigionarsi del fiato necessario. Sul palato, accarezzando la lingua, non dobbiamo aspettarci suono, timbro, voce, ma solo un leggero scorrere di fiato puro (anche se è voce) che non dovrà in nessun modo interferire con i movimenti linguali e non dovrà premere e schiacciare nulla, ma dovrà adattarsi alla postura che quella vocale richiede.

sabato, marzo 11, 2017

Il percorso dantesco

Si potrebbe riassumere la Divina Commedia come un percorso di purificazione; nella prima parte (l'inferno) si può dire che l'autore compia una discesa in sé stesso a conoscersi e a riconoscere i propri difetti, mentre purgatorio e paradiso rappresentano l'ascesa (dapprima in salita) verso la purezza. Quando si intende studiare o approfondire lo studio del canto con seri intenti artistici, in fondo si inizia un percorso analogo. Il viaggio all'inferno si può sintetizzare in una presa di coscienza e allontanamento dalle lusinghe dell'ego, che rappresenta un ostacolo formidabile sul percorso disciplinare. Poi molto resta da fare sul piano della purificazione. Cosa significa, poi? Dobbiamo comprendere che la voce è un misto di suoni e rumori, quindi è un "prodotto" altamente impuro, dove la componente fisica, materiale, è predominante. Inizialmente il fiato, in quanto diseducato, travolge senza discernimento tutto ciò che incontra, lo percuote e, ovunque è possibile, crea vibrazioni. Noi possiamo chiamare tutto ciò voce, ma non ha ancora alcun riferimento a un risultato artistico. Potremmo paragonare questo primo risultato fonico a una materia prima, il legno, la pietra, il marmo, ecc. Non sono elementi disprezzabili, anzi, li dobbiamo rispettare proprio per la loro potenziale ricchezza. Però è l'uomo che è in grado di farne scaturire l'anima più profonda e sottile. Pensiamo ai veli trasparenti che sommi scultori sono riusciti a realizzare con una pietra così dura. E' la rappresentazione più mirabile di un processo di raffinazione, assottigliamento, alleggerimento.
Se non ci fosse stato l'uomo Michelangelo, il David, tanto per dire, starebbe ancora "nascosto" in qualche montagna delle Apuane. Dunque, ripeto, il nostro fiato primigenio si dirige senza criterio verso la glottide e la investe producendo un agglomerato sonoro, che potrebbe anche sortire un effetto molto piacevole, e in qualche caso anche un elevato grado di purezza (questo può anche dipendere dal grado di cultura e di sensibilità personale del soggetto). Ciò che è però fortemente indispensabile per raggiungere una elevata e duratura capacità vocale, è la consapevolezza. Il maestro è il Virgilio della situazione, la coscienza vigile che ha il compito di risvegliare e portare a galla quella dell'allievo che un giorno dopo l'altro prenderà atto di cosa sta facendo e della differenza, e quindi della distanza, che separa la propria vocalità (non la voce in sé) da quella esemplare esemplificata dal maestro (per cui è sottinteso che se il maestro non è in grado di esemplificare perfettamente ciò che intende far perseguire all'allievo... ) e che valuterà man mano il suo avvicinamento al giusto. Ma torniamo alla purificazione. Il fiato dovrà, mediante questa disciplina, selezionare sempre più ciò che dovrà mettere in vibrazione e in che misura (quindi le varie tecniche respiratorie non c'azzeccano niente con una sensibilizzazione così raffinata). Dovrà, cioè far scaturire dalle parti investite (primariamente dalle corde vocali) quella scintilla, quell'anima sottile, purissima e luminosa in esse celata. L'insieme di queste molecole vive e vibranti darà vita a quel gioco frizzante che possiamo alla fine definire voce artistica (con buona pace dei libri e degli autori che non riescono nemmeno a definirla).
Sergiu Celibidache, durante un'esposizione, termina dicendo "la musica è qua", muovendo le mani in una zona alta. Precedentemente aveva disquisito per qualche tempo sulla questione degli armonici. Tutti gli strumenti emettono armonici, ma in genere questo è discorso teorico che poi raramente trova qualche applicazione nella realizzazione musicale (a parte gli autori contemporanei che fanno un uso persino esagerato degli armonici, ma utilizzandoli semplicemente al posto dei suoni, quindi fini a loro stessi). Un valido musicista dovrebbe raffinare l'udito al fine di percepire i principali armonici e nell'eseguire un brano musicale valorizzare il "ballo" scaturente dai suoni di base e che, per l'appunto, si svolge a una certa altezza, sopra tutto e tutti. Per la verità la questione degli armonici, specie per quanto riguarda la voce umana, può considerarsi persino una semplificazione, perché in realtà entrano in campo talmente tante componenti da essere impossibile distinguere gli armonici da suoni secondari di altra origine. Ciò che potremmo definire "epifenomeni" (che ha anche una implicazione filosofica) riguarda appunto tutto un mondo sonoro purissimo e vivace che rappresenta la spiritualità sonora, la parte sottile e profonda di noi che può emergere e manifestarsi quando saremo riusciti a pulirla da tutte le incrostazioni fisiche e psicologiche che la ricoprono. Si tratta, in definitiva, di educare il fiato a riconoscere nel suo cammino, quanto, cosa e come mettere in vibrazione, con quella sensibilità e la raffinatezza che può avere il braccio di un virtuoso violinista, l'occhio e la fermezza di un orologiaio, la mano di un ebanista o un miniatore. Riconoscere al fiato un'intelligenza e una capacità di discernimento, come avesse una propria autonomia; vuol dire dare fiducia al nostro pensiero creativo profondo, che nel fiato si trasfonde in quanto spirito vitale.
Qualcuno potrà intravvedere in questi discorsi riferimenti a occultismi, sette, logge o quant'altro. Ritengo che si debba leggere, ascoltare senza pregiudizi e innescare pensieri altrettanti puri come la voce cui aspiriamo. Non nascondo che ci possono essere, e ci sono, luoghi dove si parla e si fanno progetti per un mondo migliore e dove si studiano in modo meno superficiale le opere d'arte di ogni genere per rintracciarvi i segni e i riferimenti lasciati in modo poco evidente dagli autori (Dante sicuramente fra questi). Personalmente non ho niente a che fare con questo mondo, però non sono prevenuto nei confronti di queste associazioni, pur sapendo che molto spesso vengono usate in modo molto sbagliato e con conseguenze disastrose, e che purtroppo portano anche il discredito su tutta la categoria. In ogni modo suggerisco sempre di leggere e informarsi in modo sereno ma anche con una certa distanza, cioè non lasciarsi subito coinvolgere da discorsi affascinanti ma che possono celare solo un vuoto o, peggio, la manifestazione di personalità egocentriche. La questione sta sempre alla base di scelte; nel canto, o per meglio dire nella vocalità, si tende a scegliere più sovente la strada della fisicità, della materialità, dell'estroversione più accesa e spettacolare, senza volersi calare davvero nel profondo dei significati. Se è così, è giusto proseguire così. Quanti desiderano invece penetrare più a fondo in questa disciplina, dovranno necessariamente intraprendere anche un percorso informativo e formativo più sottile, di carattere gnoseologico, ampio e che parta dal sè, cioè dal conoscersi e riconoscere il bello e il brutto della propria personalità per iniziare quel cammino dantesco. Senza esagerare, sia chiaro, con i tempi e i livelli che ciascuno può e ritiene di potersi e doversi dare.

martedì, marzo 07, 2017

Tutti bravi!

Dunque: ricevo un commento, nemmeno tanto polemico tutto sommato, di un parente di un cantante che in un passato post ho citato con alcune critiche sicuramente non lievi. Lasciamo stare che il post non è stato letto attentamente per cui nel commento vi sono alcuni errori; mi sono messo nei panni di un parente di un cantante che ha svolto una carriera non effimera, con i suoi fans, i suoi ammiratori, oltre che parenti, e mi trovo a leggere una critica non piacevole. Certamente ci rimarrei male e, in modo più o meno violento, presumo che protesterei, andando a ricercare "pezze d'appoggio" che supportino un punto di vista positivo da opporre alle critiche. Però sarà bene ripercorrere gli eventi: su fb vedo un post (non ricordo più di chi) inneggiante il video di un cantante. Provo ad ascoltare e trovo che il suo canto non corrisponda a numerosi punti di un codice artistico che perseguo nella mia scuola e che ritengo indispensabili per valutare positivamente un cantante. Non commento in quella sede (fb), perché so già che si creerebbero discussioni aspre e inutili, ma commento sul mio blog. Ora, sarà bene spiegare che non è che mi sono ritirato sul blog in quanto "mio" spazio personale dove posso dire ciò che voglio e dove nessuno deve permettersi di mettere in discussione i miei scritti. Non è così! Ho preso spunto da quella situazione per scrivere un post dove il soggetto non era QUEL cantante (quindi io non ce l'ho affatto con lui), bensì proprio i criteri per valutare una esibizione, una buona performance vocale-canora. Ma vediamo un po' cosa succede in giro: da anni, direi decenni, è presente su una rete radio nazionale un programma di musica operistica, dove due conduttori e uno stuolo di inviati prende in considerazione la produzione lirica nei teatri italiani ed esteri attuale, e ripercorre la storia di questo settore musicale con dischi e letture. Vuoi in relazione a cantanti in vita che rispetto a voci storiche, si sente di tutto, comprese stroncature impietose. Per molti anni (non so se hanno smesso perché non l'ascolto più da tantissimo tempo), un "passatempo" frequente era quello di dire cattiverie sul soprano Fabbricini. Non si può immaginare quanto mi faceva rabbia sentire falsità, meschinità e sciocchezze riguardanti un soprano che ben conoscevo e di cui apprezzo le doti e il lavoro svolto. Ma mai nessuno li ha fermati. E parliamo di due assoluti incompetenti in campo vocale, uno dei quali, per questo ruolo, si permette anche di svolgere masterclass di canto. Oltre a questo esistono riviste e libri (ancora in circolazione sicuramente alcuni di Celletti, ma anche di emuli più recenti) che non perdonano il cantare in un certo modo o il presentare determinati difetti o vizi.  Allora dobbiamo chiederci: smettiamo di fare qualunque tipo di critica, partiamo dal presupposto che chiunque canta è bravo, evviva e tarallucci e vino? C'è qualcuno che è più degno di fare critica ("giornalista") e altri meno? Per quanto mi riguarda dico questo: la critica fine a sé stessa, cioè parlar male o bene di un cantante perché piace o non piace o per grossolane e superficiali motivazioni, no. La valutazione e gli aspetti di una esibizione vocale sono o possono essere importanti in un quadro didattico, ed è ciò che svolgo con questo blog. Sarà bene evidenziare un dato, che ho già esposto in passato, ma lo ripeto e ribadisco: la stragrande maggioranza di coloro che hanno fatto e fanno "carriera" in campo lirico, a parte doti e privilegi "di natura", sono persone che hanno dovuto studiare e si sono dovuti impegnare per anni. Lasciamo stare se poi per "arrivare" hanno utilizzato mezzi magari non proprio etici o se ci sono persone migliori che non hanno avuto la stessa "fortuna"; tutto può essere discutibile e tutti hanno diritto di parola anche se non lo meriterebbero in pieno. Occorre avere un certo rispetto almeno dell'impegno, e perché no, anche delle doti personali. Da qui in poi, però, subentrano e DEVONO subentrare i criteri. In questo blog e nella mia scuola non solo si insegna la vocalità e il canto, ma si devono imparare quei requisiti che fanno di un cantante un artista vocale. Si può benissimo discutere se questi criteri sono condivisi, quindi si possono contestare, ma ne occorrono altri, quindi non basta dire: "non mi ritrovo in quei criteri, non mi piacciono, non li condivido", devi darmene altri che a mia volta devo condividere. Dopodiché... sì, il blog è mio!