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venerdì, gennaio 19, 2018

Chi comanda?

Ogni desiderio è un ordine? Sì, possiamo dire che ogni nostro desiderio, o pulsione, si concretizza in un ordine che noi "installiamo" nella nostra psiche per mettere in moto le nostre forze, energie, affinché tutto ciò che necessita per realizzare quel desiderio si organizzi e si avvii. ... Uhmmm; forse qualcuno avanzerà dei dubbi circa queste espressioni. Ciò che ho scritto non è falso, non è sbagliato, però c'è qualcosa d'altro che si mette in mezzo, tra il dire il fare... già, il famoso "mare". Ma che cos'è in realtà questo mare? E' ciò che ho scritto nel titolo: chi comanda? Questa è la domanda. Noi pensiamo di comandare noi stessi, di imporre la nostra volontà... ma sappiamo che molto spesso le cose non vanno come vorremmo. Cosa ci frena, cosa o chi ha una forza tale da portarci verso strade diverse? La risposta, certo non rosea, è che non c'è un solo soggetto a mettersi in mezzo. E il più delle volte nemmeno due o tre! Prima di tutto ci sono determinati istinti (e non sto parlando solo del canto). L'istinto è un'intelligenza, è quasi un soggetto, che si muove con un pensiero, per quanto semplice, rozzo, in buona parte automatico e semi cieco, ma con potenti interazioni e piccole riflessioni. Poi c'è il potentissimo EGO, che non è uguale in tutti i soggetti, e dipende da moltissimi fattori, a cominciare dall'ambiente in cui siamo cresciuti, quindi in primis dai nostri genitori (non mi riferisco al DNA). L'ego da un lato ci sprona, da un altro ci rende miopi e sordi. Poi ci sono i nostri desideri inconsci e ci sono gli stimoli e i freni che ci bombardano dall'esterno. In sostanza è come se il nostro corpo e la nostra anima fossero tirati o spinti in direzioni diverse con diverse forze. E' più che normale che questa situazione, di cui noi ci rendiamo poco o nulla conto, ci porti a dubitare di poter portare a termine un compito, per quanto ci si metta d'impegno, oppure ci porta a credere di farcela, perché manca la coscienza dell'operare, oppure ci mostra fatalmente che non ce la facciamo, e quindi a desistere. Rendiamoci conto che sono situazioni dove il nostro vero IO (da non confondere con l'ego) è poco presente (quante volte sentiamo dire: "sii te stesso"; cioè lascia emergere il tuo vero io...). Se non ci mettiamo nelle condizioni di far tacere le voci e gli impulsi di queste forze disorientanti, la nostra personalità rischia di rimanere sempre sopita e angariata da queste pressioni. Anche chi arriva ad avere dei successi, anche rilevanti, può comunque trovarsi in queste situazioni (poveri loro se a una certa età dovessero rendersi conto di aver esaltato l'ego e non l'io. E' purtroppo ciò che è capitato ad alcuni personaggi dello spettacolo che con sgomento dell'opinione pubblica, dopo una vita di successi, improvvisamente sono caduti in depressioni abissali e talvolta hanno deciso di morire). L'accesso all'arte è impedito dalla presenza di tendenze discordanti, però il percorso artistico, fatto con una volontà di raggiungere risultati esemplari, può risultare la "medicina" per guarire. Quanto abbiamo descritto nelle righe precedenti, possiamo definirla una POLIVERSALITA'. Cioè le nostre energie (che possiamo definire anche desideri, aspirazioni, sogni, interessi...) si spezzano in una miriade di rivoli, ognuno dei quali procede per vie diverse. La via dell'arte ci porta all'UNIVERSALITA', cioè all'unico verso, l'unica direzione, che deve essere di carattere EVOLUTIVO. Poi, come s'è detto, questi rivoli hanno energie e portate diverse, ma anche se ci mettiamo molta volontà (o peggio ancora, molta forza), non è detto (affatto) che riusciamo a convogliare la maggior parte di essa verso il nostro obiettivo, e spesso non ci rendiamo minimamente conto del perché. Talvolta è una cecità reale, non riusciamo a individuare ciò che ci fa deviare dalla strada che intenderemmo percorrere, talaltra è una cecità di opportunismo o di paura; cioè non vogliamo vedere ciò che sposta i nostri interessi e le nostre capacità, o non le vogliamo vedere, spostiamo lo sguardo. Oppure ci lasciamo portare, aderiamo e in un certo senso ci arrendiamo alle forze che ci portano, quindi noi perdiamo controllo e autorità, ma questo ci porta a una apparente felicità (involuzione). E' una situazione che può essere invidiabile, e per lo più si può definire: ignoranza. Non ignoranza nel senso più comune del termine, cioè verso il sapere, ma ignoranza umana. L'ignorante "colto", dove alberga in alto grado il narcisismo, è un personaggio che purtroppo fa danni, perché il suo modo di fare, quel certo grado, comunque, di competenza (solitamente innata, poco conquistata), lo pongono in vista e conquista pubblico. Il rilievo apparente che lo contraddistingue ne fa un personaggio da copertina. E sotto il vestito? Beh, magari non niente, questo sarebbe sminuente; in molti casi ci sono qualità non trascurabili, però il problema serio è che è o può essere un trascinatore, quindi il suo verbo può convincere molti. Ma la mancanza di un'autentica coscienza artistica non può che portare verso falsi e erronei obiettivi, verso soluzioni arbitrarie, campate in arie, che possono essere molto ambite da chi non ha particolari doti e voglia di impegnarsi a fondo. Quando Rodolfo Celletti imperversava su diverse riviste musicali e in radio, nel giro di pochissimo tempo sorse una pletora di presunti critici che si mise ad imitare spudoratamente il suo modo di scrivere e di apostrofare i cantanti nello stesso modo, sciorinando tutto il vocabolario vociologico del noto giornalista, senza sapere un'acca di canto (proprio come lui che non sapeva niente). Tra costoro, diciannovenne, c'ero pure io, che mi salvai in corner perché mi resi conto in tempo che non potevo scrivere di canto senza nulla sapere e decisi così di studiare. Ma ancor oggi su riviste (molto meno lette, credo) e soprattutto in radio (ma anch'essa meno ascoltata) abbiamo alla ribalta degli evidenti ignoranti, che dissertano di canto con una scioltezza e una prosopopea sconcertante... ma chi li ferma? I nostri input nascosti sono sempre pronti a riorientarsi verso le voci degli imbonitori, e questo perché siamo deboli. Quando chiedo: "chi comanda?" faccio riferimento proprio alla nostra fragilità, a quella forza esteriore, apparente, che vogliamo smerciare, ma dietro cui non c'è una solidità, e soprattutto un desiderio di riordinare, compattare le proprie forze, la propria coscienza uni-versalmente. Credo che il m° Antonietti, così come (con esponente ancora maggiore) il m° Celibidache, casi pressoché unici, abbiano saputo veramente orientare le energie in una direzione, e saputo e potuto conquistare un premio di raro prestigio: la libertà.
La libertà si conquista, oltre che con la giusta esperienza, la giusta educazione, il giusto cammino, anche con il giusto atteggiamento. Quando chiedo "chi comanda?" non intendo un imperativo fisico e impositivo, ma in un certo senso il contrario, cioè lasciar agire le forze giuste. Ma come possono agire le forze giuste e come evitare o impedire che quelle inconsce e non autenticamente nostre prendano il sopravvento? Prima di tutto:... volendolo! Ai bambini si dice: "l'erba voglio cresce solo nel giardino del Re"; beh, non è poi così giusto. Oppure sì, se decidiamo che il giardino del Re è dentro di noi (e quindi noi siamo il Re). Se noi non vogliamo, con forza spirituale, di volontà, psichica, raggiungere un determinato obiettivo (non stiamo parlando di possesso di cose materiali, sia ben chiaro, o malevoli), sarà ben difficile poterlo anche solo avvicinare. Anche desideri moderati o modesti sono poco utili. "Sarebbe bello",... "mi piacerebbe", "dovrei",... "potrei", "bisognerebbe", ecc. ecc. Affermare, usando indicativo e imperativo! "ho raggiunto", "devo", "posso", "è", "faccio"... Il m° Antonietti diceva: "ricorda che volere è potere". Fidarci prima di tutto di noi stessi, nelle nostre potenzialità e delle nostre possibilità. Se siamo forti, se sappiamo guidare con determinazione la nostra coscienza, noi proietteremo la nostra esigenza e troveremo il giusto maestro per affermare e perseguire i nostri desideri.
Perché le persone dopo una certa età diventano "sagge"? Si dice sempre per l'esperienza, e questo è senz'altro vero, ma il dato essenziale è che almeno una parte delle energie disperdenti o disorientanti si placano e si riducono, per cui i nostri interessi più veri e solidi tornano a emergere e possiamo concretizzarli e approfondirli con maggiore facilità. Questo è consolante, forse, ma è chiaro che le conquiste importanti, utili a tutti, sono auspicabili in età giovanile, perché possono contare sul tempo a disposizione. Il tempo in cui viviamo è paurosamente disorientante, proprio per i giovani in particolare e spesso a causa delle generazioni di mezzo; confido, questa è la mia unica, ma sincera, visione ottimistica, che ci siano nei giovani semi di altruismo, di voglia di una rinascita umanistica e artistica serena. Un po' in ritardo: buon Natale...non tanto quello tradizionale, cristiano, ma Natale di rinnovamento e di "ritrovamento" di tutti gli uomini di buona volontà nella musica e nelle arti.

domenica, gennaio 07, 2018

Il flusso

Orientare il flusso è un imperativo fondamentale per ciascuna persona. Questo precetto si può applicare a numerose situazioni, dalle più ordinarie alle più complesse e impegnative. Parliamo per un momento a chiunque si occupi di musica, in senso lato. La musica si presenta come una sequenza di suoni, che ci possono apparire ordinati o disordinati, a seconda di come percepiamo, dell'attenzione che poniamo e di come ci viene proposta. Essa si presenta comunque come un flusso; in alcuni casi il flusso non è continuativo, o non lo percepiamo con continuità, perché non è scritto bene, o perché non è eseguito bene, o perché non siamo "sintonizzati". Ma questo ancora non basta. L'insieme degli eventi, talvolta contemporanei, talvolta succedanei o più spesso sia contemporanei che succedanei, non sono orientati, o non sono orientati nella stessa direzione. Questa può essere la causa, o una causa, del perché a un certo punto noi non percepiamo più l'insieme come un flusso continuativo. Questa sarebbe una causa esterna. Ma ci può essere, anzi c'è molto spesso, una causa interna, sia in chi ascolta che in chi esegue (e persino in chi compone). Anche noi non siamo orientati, o per meglio dire l'orientamento del nostro flusso non è univoco e non è unidirezionale. La nostra personalità verso cosa mira? Abbiamo uno scopo prioritario verso cui tendiamo? E quali e quanti scopi "secondari" abbiamo? (metto secondari tra parentesi in quanto può essere un'opinione che determinati scopi siano secondari, lo crediamo coscientemente, ma in realtà alcuni scopi possono, interiormente, assumere un carattere prioritario). Allora nel momento in cui esercitiamo una determinata attività, noi la facciamo, magari con interesse, con passione e impegno, ma non ci rendiamo conto, per lo meno del tutto, che qualcosa ci devia, ci sposta dalla traiettoria, cioè un interesse, una pulsione che non vogliamo riconoscere, o che non riconosciamo e basta, che noi non valutiamo come prioritario, ma sotto sotto lo è. Persino durante una lezione con un insegnante si può essere diversamente orientati. Pensiamo alla scuola, quella "normale". Gli insegnanti si lamentano continuamente, e comprensibilmente, del fatto che gli alunni sono distratti, non prestano attenzione. Figuriamoci! Proprio fanciulli o ragazzini o anche giovanotti, quanto potranno essere indirizzati a prestare attenzione e orientarsi verso gli argomenti scolastici. Eppure accade, anzi accade più con i bambini che non con i ragazzi che non con gli studenti più grandi. Questo perché tali pulsioni sono ancora molto mobili, molto elastiche, sono in una fase di ricerca, non sono ancora fissate e rigide, anche perché mancano ancora alcuni fondamentali bisogni umani, l'amore, la stabilità economica e famigliare, i rapporti sociali. Man mano che questi appaiono ecco che i problemi aumentano. Bisogna però dire che se pur questa situazione appartiene un po' a tutte le epoche, sicuramente è molto aumentata negli ultimi decenni, perché la società si è incamminata in questa "non direzione". Un tempo la famiglia esercitava una pressione forte sui figli affinché intraprendessero una determinata strada. Questo spesso non era giusto, perché castrava le aspirazioni, però alcune volte era svolto in buona fede, nella indicazione di qualcosa di più "sicuro", stabile, favorevole. Persino nelle scelte matrimoniali!! Oggi questo sta venendo meno (anche perché le possibilità sono oggettivamente diminuite), però è tutto l'ambiente di vita a offrire un campo sterminato di stimoli, e sovente la famiglia (anche influenzata da studi scientifici) non solo non esercita più pressioni in un senso, ma è essa stessa a offrire numerosi campi di interesse: musica, arte, sport artistici o normali, prosecuzioni di studi in determinati campi...Come si può pensare che una persona possa inserirsi in un unico flusso, univocamente orientato...? Quando questo accade, solitamente inconsapevolmente, perché c'è una forza interiore travolgente, nascono i geni. Tutti pensano all'intelligenza, al dna... ma la realtà è che basterebbe attivare e incanalare l'energia in una sola direzione per ottenere risultati strepitosi. Dove sta la difficoltà? Non nel pervenire a questa sola direzione, ma nel riorientare, ovvero inibire le altre forze, nascoste o occultate. Per poterlo fare il primo grosso ostacolo è costituito dal riconoscerle! Perché è difficile? perché in alcuni casi facciamo fatica a individuarle, molto spesso perché NON VOGLIAMO individuarle. Ci piacciono ma non ci piace riconoscere che ci piacciono. Talvolta ce ne vergogniamo. Costituiscono in alcuni casi, vere e proprie patologie psicologiche, tormenti, disturbi che non ci lasciano in pace. Se stiamo apprendendo una materia che ci piace veramente, dobbiamo avere la forza e il coraggio di conoscerci, di esaminarci, di vivere senza inibizioni o frustrazioni o altri ostacoli psicologici, questi interessi, queste pressioni, e già il solo fatto di averle viste, riconosciute serenamente, ci darà la possibilità di indirizzare l'energia dispersa in quella direzione verso obiettivi che ci interessano maggiormente. Ad esempio per molti musicisti il fatto di avere una forte dedizione allo studio di uno strumento, o della voce, o composizione o direzione, è indirizzata quasi univocamente all'obiettivo di avere successo, di apparire, di diventare famosi, di guadagnare molti soldi e avere un forte rilievo sociale. Se è così, la strada dell'arte sarà fortemente inibita, pressoché preclusa. Con questo non si vuol dire che l'artista non deve avere, o non avrà, successo o non avrà rilievo sociale. Per niente, potremmo anche dire il contrario, però orientarsi al successo pone una barriera. L'orientamento deve essere all'arte, alla diffusione, all'evoluzione e quindi non all'elevazione di sé stessi, ma a un compito di condivisione e aiuto all'umanità. Si deve perseguire quell'obiettivo del tutto indipendentemente dal proprio successo, dal diventar famosi, ricchi. Deve essere un compito etico, altruistico, volontaristico. Inibire invidie e gelosie, inibire i giudizi, godere anche dei successi altrui e non godere dell'altrui fallimento. Tutto questo deve essere vissuto con serenità e presa di coscienza, senza forzature e autoimposizioni. La disciplina è necessaria, ma richiede tempo per essere assimilata e percorsa con sincerità.
Ciò detto, dobbiamo ancora dire che un flusso fondamentale per il cantante è quello respiratorio-vocale. Anch'esso va inteso come un movimento scorrevole di energia. Fondamentalmente basterebbe concentrarsi su questo principio per averne già un grande aiuto. Purtroppo la nostra mente che tende a complicare, quando poi non ci si mettono pure le scuole di canto e le letture, noi siamo disturbati da numerosi comandi interni non volontari (ma anche sì) che ci deviano da quell'indirizzo. Se siamo indotti a pensare che la voce si alza, si abbassa, indietreggia o avanza, già il flusso principale è ridotto a poco. Se poi ci mettiamo di mezzo movimenti muscolari, ossei, cartilaginei interni ed esterni, vi renderete conto di quanto l'obiettivo possa allontanarsi. Concentriamoci pertanto sulla semplice presa di coscienza che il canto, vero, grande, genuino ed eterno, è solo e unicamente un flusso di energia che accompagna dolcemente il nostro fiato, disciplinato (o in fase disciplinante) a quello scopo. E studiamoci: cos'è che vogliamo?

venerdì, gennaio 05, 2018

La paura del giudizio

Se il giudizio è un problema per chi vuol far arte, perché esalta l'ego e oscura la coscienza, la paura del giudizio è una questione di portata sociale enorme che condiziona ormai tutta la popolazione in tutte le manifestazioni, e che risulta schiacciante nel campo dell'arte (vera).
Tutti siamo condizionati dalla paura del giudizio. Non usciamo di casa se non abbiamo un determinato abbigliamento. Se c'è qualcosa fuori posto ci prende l'ansia delle persone che (pensiamo) ci guarderanno e (pensiamo) ci condanneranno per non avere quel certo aspetto. Ci sentiamo in colpa se non andiamo in determinati posti, o se andiamo in determinati altri. Insomma, in tutte le nostre manifestazioni, dalle più semplici e quotidiane alle più complesse e particolari, ciò che ci guida è lo "specchio" (deformante), ovvero il nostro riflesso ma condizionato (quindi non reale) dal giudizio altrui. Ora immaginate un cantante che deve esibirsi per la prima volta. Il suo timore (panico, talvolta) è quello del giudizio. E del resto è anche giusto, perché il suo futuro dipende dall'avere successo, ma quali strumenti può mettere in campo per vincere questo confronto? 1) è convinto di piacere, perché le persone accanto l'hanno incoraggiata/o a mettersi in gioco, perché ha una bella voce, è sicuro di sé; 2) è convinto di piacere perché ... sì, lui sa di essere bravo; 3) non è per niente sicuro di piacere perché è poco tempo che studia, sa di avere difetti, ma cerca di farsi forza; 4) ha studiato, ha superato gran parte delle difficoltà, si impegna e ritiene di avere buone predisposizioni; il timore è dato dal non aderire del tutto al gusto imperante. Ecco qui. A differenza di molte altre forme di spettacolo e di arte, il canto ha alcuni aspetti condizionanti più forti rispetto ad altri. Ad esempio un pianista o un violinista classici, si esibiscono per un pubblico che ama quel certo genere. Non ha tantissimo spazio di adattamento, nel senso che un livello di approccio strumentale elevato è indispensabile. Dopodiché inizia il gioco. Voglio "vincere" sul pubblico, allora giocherò l'arma spettacolare, cioè faccio tutto velocissimo, appiattendo tutto, come una scimmietta ammaestrata, ma il pubblico rimane incantato dall'abilità digitale. La musica non interessa, basta che sia riconoscibile o orecchiabile. Viceversa un esecutore che va a dipanare la matassa musicale, esponendo il percorso nelle sue articolazioni più recondite, rischia grosso, perché per far ciò non potrà rispettare sempre il tempo "standard", l'andamento tradizionale e le esecuzioni di routine. Cioè risulterà "diverso", e questo è discutibile per un pubblico che è ABITUATO a certe INTERPRETAZIONI, per non parlare della cosiddetta critica, cioè ignoranti che sanno scrivere bene e quindi spiegheranno con dovizia di particolari che quel certo modo di suonare o eseguire, non va bene. Criteri zero, ovviamente, ma tante belle parole che condizioneranno il pubblico a esprimere, a propria volta, gli stessi giudizi. Per il cantante la storia è un pochino diversa, ovvero ha un problema in più. Il pianista, il violinista, ecc. hanno uno strumento artificiale, più o meno buono; potranno intervenire in piccola misura sul timbro (il "tocco"), ma non hanno uno spettro ampio. Viceversa il cantante ha  (AVREBBE) un arcobaleno di possibilità timbriche e coloristiche, dinamiche e agogiche, senza contare tutto l'immenso campo della recitazione. Ebbene, oggi questo sterminato spazio di possibilità è ridotto quasi a zero! Le voci si assomigliano tutte, perché tutte imbrigliate in uno spazio timbrico e coloristico ridottissimo. E perché tutto ciò? La risposta può definirsi con un termine: MASCHERA! Cos'è la maschera? è un mezzo per nascondersi; ci mettiamo la maschera e nessuno può più vedere il nostro vero volto, può capire se siamo felici o tristi, spaventati o intrepidi. La maschera mostra un solo volto, quello che vogliamo che il pubblico veda. Noi, dietro, tiriamo un sospiro di sollievo perché possiamo nascondere la paura. La maschera è anche una "tecnica" adottata da alcuni decenni per cantare. Ebbene, è la stessa cosa. Il cosiddetto canto in maschera ci salva, perché non mostriamo la nostra vera voce, essa è "girata" (e rigirata) in modo da impastarsi e diventare uguale a mille altre, non è riconoscibile, o difficilmente lo è. Il canto in maschera si allontana, prende le distanze dalla voce parlata, è "suono", cioè una vibrazione fisica anonima, la meno personalizzabile (mentre il parlato lo è sommamente). Non solo, la voce in maschera, basata sul suono, è anche la meno "pericolosa", cioè è quella che, non realizzandosi realmente e unicamente col fiato, come vorrebbe far credere di essere, ha un buon margine di sicurezza, più difficilmente si spezza e stecca, e apparentemente anche più salda nell'intonazione (in realtà non è quasi mai intonata ma l'alone che la circonda rende più difficile individuarlo, perlomeno a orecchie non esperte; viceversa una voce vera sarà più scoperta e quindi denuncerà più facilmente anche lievi imperfezioni, anche se per il resto avrà una intonazione assolutamente perfetta). Se poi si vuol proprio fare in fretta, si può anche ricorrere a un bel po' di gola, che a molti piace, e il problema che si diffonda poco, pazienza, tanto oggi ci sono i mezzi per compensare elettronicamente e in ogni caso il pubblico ha ormai quasi del tutto perso l'udito in grado di distinguere una voce vera, pura, da una ingolata e falsa. Quindi con quale spirito si esibisce un cantante? Se vuole seguire la strada dell'arte, deve perseguire la strada della perfezione, dar retta a maestri e persone con forte senso artistico, non critici e pubblici impreparati e in balia di umori personali, imparare a riascoltarsi e a correggersi, avendo come obiettivo il servizio all'arte e all'educazione (o rieducazione) del gusto. Nessuna esaltazione, ma perseguimento della verità. Si può diventare anche intransigenti, dialetticamente scontrosi, ma sempre nell'umiltà verso la musica e l'arte. Quindi sto dipingendo un quadro per nulla roseo; occorre molto coraggio e determinazione; seguire una strada d'arte se si pensa di poter affrontare e superare questi ostacoli. Altrimenti scorrere nel grigiore, magari anche con successi, ma di facciata, non duraturi, non veri.

lunedì, gennaio 01, 2018

Leggerezza o spoggio?

Problema insidioso è quello relativo all'alleggerimento dell'emissione che in alcuni casi è o può portare o può essere confuso con lo spoggio (qualche anno fa sentii tutta un'Italiana in Algeri con un tenore che per l'intera opera cantò spoggiato!). Partiamo dal presupposto che il fiato appoggia naturalmente. Quelli che pensano di cercare (e trovare) l'appoggio, o migliorarlo o aumentarlo, possono solo far danni. Peraltro l'appoggio lo si può perdere o diminuire quando si commettono errori. Intanto, per l'appunto, il primo e più grave errore, che può compromettere un buon appoggio, è proprio quello di "cercarlo", premendo, schiacciando, affondando, ecc. Un buon appoggio lo si mantiene con il rilassamento del volto, della mandibola, del collo (tutto). Questo non basta, ovviamente. Lo spoggio può essere causato da errori nel tipo di emissione e nella concezione del canto. Chi pensa al canto come al movimento di un "oggetto" solido, già si predispone allo spoggio. Chi vuole intensificare il suono, idem; chi affronta il settore acuto anzitempo, chi vuole indugiare sugli acuti per molto tempo... idem. Lo spoggio è principalmente dovuto a reazioni di difesa del corpo, quindi non sono facili da inibire, e non sarà la "guerra" fisica a poterla vincere, tutt'al più potrà guadagnare delle posizioni (come avviene nei cantanti dotati di robusta struttura fisica e potenza muscolare), ma non potrà giammai impossessarsi di un canto artistico degno di nota, e comunque prima o poi l'istinto reagirà nuovamente, e questa volta vincerà. Una credenza popolare è che l'appoggio lo si conquisti e lo si consolidi con il suono forte, mentre i piani siano "pericolosi" e portino allo spoggio. Disgraziatamente in molti casi questo può essere vero, in base alla suggestione psicologica che ci sta dietro. Se per smorzare un suono si pensa di "tirare indietro", questo è già un errore potenzialmente fatale. Se si pensa che il piano spoggi e quindi occorra mettere in atto una contromisura per evitarlo, tipo spingere verso il basso, ecco un altro modo buono per provocarlo. Il discorso è un po' sempre lo stesso che vediamo quando si affronta la vocali "I" o "é", cioè la paura del sollevamento, dell'innalzamento, che una o qualche generazione di insegnanti (?) di canto hanno instillato negli allievi: "la laringe non si deve mai alzare", "non fate le I chiare" - ovvero "scurite tutto, così prevenite il sollevamento del diaframma". Tutte storie e pure false. Certo, se si comincia a "tirar su", facendo quegli orribili "giri" in gola, è fatale che si aiuti lo spoggio e il sollevamento. La pronuncia, la vocalizzazione, deve avvenire oltre le labbra. In tale posizione tutto avrà luogo col giusto equilibrio e i corretti giochi muscolari e cartilaginei automatici. La laringe e la lingua è corretto che in determinati momenti si alzino, e la mandibola dovrà abbassarsi o alzarsi in base a diverse variabili (intensità, altezza, colore). Non bisogna mai ostacolare il flusso e l'armonia dettata dal testo e dalla musicalità. Dunque alleggerire vuol dire "lasciar andare" il flusso respiratorio sonoro, senza ostacolarlo, senza trattenere e consentendo l'ampiezza vocale. Ampiezza vocale vuol dire che man mano che si sale si deve avere la percezione che la vocale che si sta (DEVE) pronunciando diventi sempre più grande, più ampia davanti a noi, staccata dal nostro corpo, senza per questo che aumenti l'intensità, anzi anche diminuendo. E questa è relativa a noi solo ed esclusivamente in virtù del fiato che ci unisce, come un cordone ombelicale. Se questo, che è un canale vitale, resta davvero l'unico tramite, cioè abbiamo realmente la sensazione di ESPIRARE per tenere in vita la voce, e non una sensazione di pressione o forza fisica, noi potremo sul serio giocare con tutte le dinamiche dal pianissimo al fortissimo senza alcuna difficoltà o fatica. Si tratta di provare, di rendersi conto che siamo schiavi delle informazioni del nostro cervello istintivo, informazioni che vanno allontanate, trascurate, fidandoci di quelle che ci perverranno dalle conquiste artistiche che andremo a compiere fidandoci del nostro fiato e della possibilità di raggiungere la perfezione. Se non crediamo in questo, siamo già fregati in partenza.

Del giudizio

Ripropongo questo tema, in quanto molto importante nel cammino artistico. Ho scritto già diverse volte in passato che uno degli ostacoli più difficili da superare è rappresentato dall'ego. Come si può uscire da questo problema? Posto che è molto difficile e che solo pochissimi riescono realmente a "guarirne", si può comunque intraprendere un percorso virtuoso che consenta perlomeno di rendersi conto, riconoscere, il problema e mettersi in un cammino di guarigione. Il primo e fondamentale obiettivo cui puntare riguarda il giudizio. Giudicare, specie quando non si hanno validi strumenti, è la quintessenza dell'ego e del narcisismo, dunque occorre liberarsene. Non riguarda però solo gli altri, ma anche sé stessi. Si potrebbe pensare che il narcisista si giudichi sempre in modo eccelso e gli altri tutti sotto zero, il che in molti casi è vero, ma avviene anche al contrario, cioè una forma di ego, conseguente magari una forte delusione, che si giudica in modo fortemente negativo, distruttivo, ritenendosi incapaci e impossibilitati a risolvere i problemi. Può sembrare una situazione lontana dal narcisismo, e invece lo è, così come il senso di colpa, il vittimismo. Depressione, disistima, sono comunque forme egoiche che partono da un giudizio, che non è valutazione ponderata, ma affermazione senza criteri. Questa forma si esplica spesso tra gli allievi, specie nei primi tempi di studio, quando si ritengono bravi (quindi hanno di sé un giudizio elevato) e dopo diversi richiami dell'insegnante, che gli mostra gli errori, anche ripetuti, cadono in depressione, rivoltando completamente il giudizio da alto a bassissimo (oppure se ne vanno ritenendo l'insegnante un cretino). Questi soggetti partono da un elevato giudizio di sé e quand'anche ritengano di aver bisogno di lezioni, pensano che sia questione di poco, solo di rifinire un po'. Ora, il quadro presentato si riferisce a situazioni piuttosto estreme, ma dobbiamo renderci conto che ci troviamo tutti, chi più chi meno, in questa "patologia", perché è la società che ci porta, tramite i tanti canali a disposizione, oggi soprattutto con i mezzi di comunicazione di massa. Quindi se vi interessa esercitare un'arte, come la vocalità e il canto, a un livello artistico, evitate di giudicare. A valutare si impara piano piano, man mano che cresce la consapevolezza, ma bisogna sempre andare con i piedi di piombo, soprattutto con sé stessi. Tutti pensano di non aver fretta, ma tutti ce l'hanno, non ci si accontenta mai a sufficienza dei progressi, si vorrebbe poter fare tutto subito. E' un forte tranello, e riconosco che il tempo è insidioso, passa e noi siamo consapevoli che per raggiungere determinati risultati ce ne vuole, e ci dispiace perché lo riteniamo "perso", però non c'è alternativa. O meglio c'è: accettare il compromesso, il modesto, "l'uovo oggi"... Sono scelte, e anch'esse non devono essere giudicate. Occorre scrutarsi dentro e decidere quale strada si vuol imboccare. Se si decide che la strada più rapida è quella che si preferisce, va bene. Bisogna solo, in questo modo, prevenire i sensi di colpa e i rimpianti, deve essere una scelta determinata e incontrovertibile. La strada dell'arte, invece, è lunga, difficile; per molto tempo può non portare risultati soddisfacenti, specie se riferiti all'esibizione pubblica, ma anche dopo può portare a contrasti e non accettazione. Se la si saprà percorrere con determinazione e chiarezza di idee, non porterà a depressioni e altre patologie, perché sempre sostenuta dalla verità conquistata, che non ammette traballamenti, dubbi, rimpianti. Avrà sempre con sé la gioia della conquista nella saldezza dei criteri acquisiti.

lunedì, dicembre 25, 2017

Del potere

Prendo spunto da alcune preziose riflessioni di Mauro Scardovelli, per elaborare pensieri relativi anche al canto. Già in passato mi sono occupato, ancorché di sfuggita, del rapporto tra canto e potere. Non v'è dubbio che la voce svolge un ruolo non secondario in che detiene o vuole assumere potere; non per nulla un modo di dire piuttosto diffuso (che divenne anche un'etichetta discografica importante) è "la voce del padrone". Timbro, possanza, accentazione sono alcuni dei più importanti requisiti di una voce "autorevole" (quando non addirittura autoritaria). In questo senso avevo già scritto in passato che secondo me le donne hanno modificato nel tempo il loro modo di parlare, passando cioè da un uso comune del falsetto al petto, proprio perché questa seconda voce, tipicamente maschile, è più propria della gestione del potere, e in un cammino di parificazione la donna non vuol essere seconda al maschio anche in questa caratteristica. Poi sappiamo che non è solo questione di potenza, forza e timbro, perché ci sono aspetti relativi alla psicologia, alla retorica, all'eloquio, che possono essere anche più efficaci. Tutto ciò ci può essere utile nel canto, perché attengono al carattere dei personaggi delle opere che andremo a impersonare. Se può essere vero che determinati ruoli richiederebbero voci di forte presa, è altrettanto vero che uno studio sapiente può superare determinati limiti e consentire a cantanti anche non particolarmente dotati di affrontare credibilmente anche ruoli di una certa drammaticità.
Però l'intento di questo scritto è ben altro. Partiamo però dal fatto che per molti cantanti, maschi in particolare, la propria voce può rappresentare uno strumento di potere, cioè non viene gestita quale mezzo artistico ed espressivo, ma come "ariete" per sfondare nel mondo dello spettacolo e imporsi. Purtroppo è molto comune, anche in ambito non operistico. Naturalmente, per quanto si possa trattare di voci importanti, anche a seguito di un discreto studio, qui ci troviamo in una situazione distante dall'arte. Utilizzare la voce quale mezzo di supremazia, pure in ambito artistico, è un potente ostacolo a una conquista di elevatezza espressiva, in quanto la spinta, l'esigenza, è di tipo narcisistico, egoico. Si può dire, con Scardovelli, che alla base c'è una "patologia", che si può riassumere in concetti quali violenza, contrapposizione, accesa competitività, desiderio di sopraffazione e di pubblicità, anche nel tentativo di immortalarsi. Come ho più volte scritto, l'arte non può combinarsi con il narcisismo e con forme di esaltazione dell'ego, in quanto è il limite più forte alla presa di coscienza.
Torniamo però al "potere". Bisogna considerare che non ha sempre e solo un valore negativo. Esiste un potere sano, e utile, indispensabile. Un esercizio di potere positivo riguarda l'organizzazione, l'ordine, la coerenza, il rispetto dei ruoli. Questo però non va visto solo in un'ottica esterna, ma anche, o soprattutto, in una visione interna, interiore. Mi è capitato spesso, con gli allievi, di dire, a fronte di un risultato mancato: "ma chi comanda?". La domanda può apparire singolare. Mi rendo conto, in questi casi, che c'è una resa, un timore nell'affrontare un determinato ostacolo, che richiederebbe (solo) più coraggio e determinazione. Allora "chi comanda?", cioè, in te, dentro di te, chi ha il potere? In questa domanda c'è anche una possibile risposta, perché se non fosse "io", a chi si riferirebbe, se non all'istinto? E' evidente che quando un risultato stenta ad arrivare, la forza dell'istinto è prevalente (oppure, e questo è anche molto frequente, l'ego*). Ma non c'è solo questo; cosa ci frena, cosa ci intimorisce? la forza della verità. Noi quando siamo sulla strada giusta, stiamo percorrendo un cammino virtuoso, di evoluzione e pure di guarigione. Questo ci spaventa, in quanto ci mette a nudo, ci pone di fronte a delle responsabilità (che poi è un concetto di coscienza). Allora, nel rapporto maestro-allievo, si potrebbe dire che il potere è in mano al maestro, che detta le regole, le condizioni, il percorso. Ma questo, in una scuola d'arte, è solo apparenza. Lo scopo dell'insegnante-artista, fin dalle prime lezioni, è e deve essere quello di stimolare il riconoscere il giusto, di capire come e cosa "non" si deve fare (e perché) e di sensibilizzare i sensi al bello, al giusto, al vero. Questo lavoro deve portare all'assunzione di un potere interiore! Sarebbe assurdo, illogico, incoerente e disonesto se il maestro volesse mantenere nel tempo un dominio sull'allievo. Questi deve diventare padrone, dunque maestro di sé. Questo è l'obiettivo supremo. Talvolta il legame psicologico con l'insegnante può diventare "ombelicale" e duraturo. In questo caso deve essere il maestro a dargli un taglio, perché viceversa non farebbe il suo bene.

*: in che senso e in che modo agisce l'ego quando non otteniamo un risultato valido? In senso opposto; cioè evidentemente la scuola che frequentiamo non accoglie, non seduce e non alimenta le nostre velleità narcisistiche; vorremmo impressionare con una voce stentorea e invece seguiamo una strada fatta di sfumature, di senso interiore e profondo, di significato, cioè non esteriore, come evidentemente l'ego vorrebbe. Qui si genera una battaglia, che però deve combattere il solo allievo; deve capire cosa vuole, e la risposta, qualunque sia, sarà dolorosa.

sabato, dicembre 23, 2017

Su e giù

Scrivendo il post precedente, riflettevo sul fatto che ormai da diverso tempo la teoria vocale della maggior parte dei cantanti e dei didatti si concentra su un'immagine verticale interna, cioè alto basso, e solo raramente sullo scorrimento orizzontale. In alcuni disgraziati casi l'orizzontalità è pensata verso il posteriore. Persino a un bambino credo risulterebbe assurdo ipotizzare che ci sia una relazione tra la voce cantata e lo spazio retrostante (cioè parlo proprio di "dietro di noi", dalla nuca, dalla schiena a retrocedere...). Invece per quasi tutti la questione di un buon "metodo" di studio consiste nel concentrarsi o su pancia, schiena o su testa, occhi, zigomi, naso; in qualche caso su entrambe le zone. Non viene il sospetto che forse la voce dovrebbe correre dal punto in cui si canta verso lo spazio teatrale dove essa dovrebbe trovare l'acustica ove diffondersi, ammesso che ne abbia le caratteristiche intrinseche?. E' giusto che qualcuno metta in guardia questo modo di procedere da possibili spinte, pressioni, schiacciamenti, il che non significa che, dato il pericolo, lo si debba escludere. La nostra scuola insiste su alcuni punti basilari, e cioè che il fiato deve scorrere costantemente, senza interruzioni e senza scatti, senza spinte, schiacciamenti e pressioni. Come l'acqua in un tranquillo torrentello. Altro punto: il canto deve propagarsi con la semplicità del parlato colloquiale tranquillo, quindi, anch'esso, senza pressioni, scatti e forzature. Al parlato istintivo manca, perlopiù, la prima componente, cioè la fluidità e scorrevolezza, perché è più una catena di impulsi, quindi, e in fondo, il canto non si può che considerare come un parlato a cui è stata conferita quella fluidità e scorrevolezza che manca istintivamente. Si obietterà che non basta ciò, ci vuole anche intensità, estensione e altro. E' vero, ma è implicito. Cioè applicando la disciplina per realizzare quel connubio tra parola e fiato, si potenzieranno ed esalteranno tutte le altre componenti. Mi spiego meglio: nel tentativo di conferire alla parola la "lunghezza" dei melismi (diciamo le parti vocalizzate), ci si scontrerà con delle difficoltà, anche piuttosto rilevanti. Queste difficoltà si può cercare di superarle con "tecniche" che in realtà non risolvono il problema, ma lo aggirano, modificando e quindi compromettendone la qualità artistica. Occorre invece migliorare gli aspetti fondamentali della parola, cioè mantenere in ogni momento la sua verità di significato; in questo modo si produrrà un'esigenza respiratoria per poter conservare quella condizione (cioè, è il fiato che ci consente di poter esprimere con verità le nostre parole anche in quelle condizioni dove non siamo abituati a parlare, vale a dire su tutta la nostra estensione e in ogni condizioni di dinamica e di colore - comprendendo in questo anche i cosiddetti registri, che sono solo delle "fratture" della gamma vocale dove il fiato non lavora convenientemente in quanto non ne avverte la necessità). Allora l'immagine dovrebbe essere semplicemente quella di un "tubo vuoto" che parte dai polmoni (diaframma) e si apre all'esterno con la bocca. In questo tubo (anticamente detto "beante") deve poter scorrere senza ostacoli e impedimenti, in modo tranquillo, senza pressioni, il fiato, che a un certo punto diventa suono, ma senza fratture, come l'acqua che a una determinata temperatura diventa vapore. Il canto va pensato ancora più leggero ed evanescente dello stesso fiato.
Ritenere che la voce cantata si muova esclusivamente o prevalentemente su una linea verticale, dal diaframma alla testa, è un errore gravissimo. Si omette di considerare che è proprio grazie della piega che la colonna di fiato-suono assume nello spazio orale, che si può assicurare l'appoggio. Se la colonna potesse realmente proseguire verso la sommità del cranio (il che per fortuna non succede anche se un gran numero di cantanti e didatti lo crede): 1) non si potrebbe avere articolazione; 2) la voce avrebbe una sonorità modestissima, perché il diaframma non incontrerebbe nessuna opposizione alla sua risalita.
Ma occupiamoci di un'altra questione molto frequente: la cosiddetta "caduta del suono". E' vero che nel canto, e in particolare in determinati movimenti musicali, il cantante rischia di "far cadere" il suono, cioè esso perde ricchezza, sonorità, bellezza, ecc. Per la maggior parte dei didatti questa "caduta" è dovuta a uno scarso "sostegno", cioè si ritiene che esso "scenda" di posizione (il che non è del tutto falso) e che quindi vada "tenuto su". Per far ciò si consiglia di chiudere la bocca, di alzare la lingua, di sorridere, ecc. ecc. Sono tecniche, e non si può dire che in assoluto non servano, ma in quanto tecniche, se da un lato possono risolvere parte del problema, ne creano altri. L'errore di fondo è il pensiero "statico". La vera ed efficace soluzione non sta in una tecnica muscolare e fisica, ma nel tener presente che la voce è fiato (quindi dinamica), e il fiato deve sempre scorrere. Se si presta attenzione a questo, il problema si risolve da sé, perché dal momento che c'è scorrimento, il suono rimarrà sempre egualmente ed efficacemente sonoro e omogeneo.

sabato, dicembre 09, 2017

Con la lingua retroversa

Qualche giorno fa su un canale di musica classica stavano trasmettendo un'opera di Benjamin Britten; stava cantando un tenore, dopo poco risponde un baritono. Nell'arco di due o tre minuti ho dovuto spegnere! Mi direte, forse con ragione, che sono incontentabile e esagerato. Mah, non credo sia così. Sono riuscito ad ascoltare il secondo atto dello Chénier dalla Scala! Ciò che non sopportavo in quel Peter Grimes era che sia il tenore che il baritono cantavano platealmente con la lingua girata all'indietro facendo bella mostra del "filetto" sottostante. Direte: va beh, magari ascolta senza guardare. Ecco, lì sta il punto, quella postura non è che sia solo brutta da vedere; è che dà luogo a una voce che a me dà veramente fastidio, risultando fortemente compromessa. Quella di girare la lingua indietro, che in Italia fortunatamente trova pochissima accoglienza, è una pratica che invece è molto diffusa nei paesi nordeuropei e in particolare, non so perché, tra i bassi. Anche Domingo la utilizzò in passato, ma non mi pare ne abbia fatto un uso costante. Cerchiamo di spiegare il motivo di questo uso. In fondo è una variante delle modalità anche in voga da noi per non far "cadere" il suono. Chi non capisce che il fiato-suono per non perdere le qualità e fare "scalini", soprattutto negli intervalli discendenti, deve scorrere, e quindi fluire verso l'esterno, senza forza, spinta, pressione, ecc., ma ha un'idea - quindi anche pratica - statica dei vari suoni generati, quando fa un salto verso il basso e magari cambia vocale, da stretta a larga soprattutto, si ritrova un suono meno valido, più ingolato, opaco, ecc. nelle scuole della "maschera" è invitato a tenere "alto" il suono, verso gli occhi o la fronte, ecc., minando in questo modo l'appoggio, cioè rischiando di sollevare il fiato dalla base; in altri contesti, avendo la lingua attaccata al palato, ritiene che esso stia sempre alto, non essendoci lo spazio per scendere. E' un pensiero abominevole e del tutto errato, perché la lingua messa in quel modo ostacola fortemente il fluire del fiato-suono, che rimbomberà nello spazio faringeo. Questo darà forse più conforto al cantante, che si sentirà la voce molto forte entro di sé, ma non si accorgerà forse di quanto compromette tutte le componenti più importanti della voce cantata. Intanto che ci siamo facciamo qualche considerazione generale sulla lingua.
La lingua potremmo definirla una "spia" molto efficace della qualità vocale. Una lingua che si muove molto, che retrocede, che compie movimenti innaturali o che oscilla, segnala una condizione respiratoria carente. Salvo alcune vocali, che ne richiedono il sollevamento, essa deve rimanere dolcemente appoggiata al pavimento della bocca, distesa (mai tesa) e in alcuni momenti può presentare un solco centrale. Nella I può atteggiare la punta a "cucchiaino" contro i denti inferiori. Perché è importante osservare la lingua? Proprio perché ci dà il riscontro di quanto sta sviluppandosi la giusta respirazione. Il fiato quando, per varie cause, reagisce a un lavoro che non è compreso dall'istinto, preme verso l'alto contro la mandibola e contro la laringe, coinvolgendo in questo la lingua che è attaccata. Quindi posizioni morbide, fluide, piacevoli della lingua segnalano anche una educazione respiratoria valida. Attenzione: è bene evitare di far assumere alla lingua posizioni volontariamente (come tutto ciò che sta dentro). Sarà con l'educazione del fiato-voce che si giungerà alle corrette posizioni. Tutt'al più, ma proprio occasionalmente, si può far attenzione a che la punta tocchi i denti inferiori, liberando un po' di spazio retrostante per un più agevole scorrimento del fiato-suono.